NECRODEATH The Shining Book

Intervista a Massimo Villa: NECRODEATH The Shining Book

Lunga vita ai Necrodeath, lunga vita al metal!”. Dalla prefazione dei Cadaveria contenuta nel libro NECRODEATH The Shining Book (Arcana Editore, 2021), si apre l’intervista a Massimo Villa: responsabile eventi Feltrinelli e scrittore.

Massimo vorrei lasciare a te la scelta di una frase per aprire questa intervista
Beh, che dire, grazie per l’opportunità. Mi fa piacere che ci sia interesse verso una grande realtà metal spesso troppo sottovalutata. Ma sto notando apprezzamenti da parte di tutti, fortunatamente.

NECRODEATH The Shining booke The Shining Pentagram (Necrodeath, demo, 1985), il trash/black metal prende avvio dalla luce: «Il triangolo black fra le tre cittadine soleggiate e soleggianti e sedi di vacanze estive balneari rinomate in tutta Italia, aveva appena dato vita al primo germoglio della distruzione sonora più violenta del nostro paese» (NECRODEATH The Shining Book, p.13). L’Italia e il metal.
Tra l’Italia e il metal è sempre stato un rapporto di odio/amore. Negli anni ’80 era praticamente impossibile emergere per chi suonasse un genere estremo, già avevano difficoltà gruppi più mainstream come i Vanadium. Potevi esibirti pochissimo dal vivo e le case discografiche non ti consideravano. Ora le cose sono indubbiamente migliorate, e come i Necrodeath insegnano, già a partire dagli anni ’90. Ma rimaniamo sempre degli incredibili esterofili. In Germania se fanno un festival gli headliner sono tedeschi, lo stesso nei paesi nordici o in Inghilterra. Da noi fare un Wacken sarebbe un mezzo fallimento.

Nella biografia si ripercorrono più di trentacinque anni di storia della band e si materializzano luoghi, negozi di dischi e riviste che accompagnarono il genere musicale nel periodo in cui gli scambi di lettere da ogni parte del mondo con la regola del Send back the stamps erano norma. Condividere la passione prima dell’avvento di internet: come ritieni sia cambiato il modo di vivere la musica?
È cambiato completamente. Non so dirti se in meglio o in peggio, ma nell’era digitale ora è tutto più fruibile, si sa sempre cosa succede di tutto e di tutti, si possono seguire i concerti in streaming o su YouTube e c’è Spotify. Chi acquista cd o ancora di più vinile è ormai una sorta di collezionista, una volta la community e l’ascolto della musica sostituiva il social network, i gruppi si vedevano dal vivo, c’era più “gregge”. Forse arrivare a farsi ascoltare è più alla portata di tutti ma siamo invasi da mille prodotti che distraggono sicuramente dalle cose realmente di qualità. Una volta c’era più tempo per assaporare, gustare e capire. Ora si brucia tutto più in fretta.

Dal fraseggio contenuto nella tua raccolta di poesie: «La pioggia urla la / caduta incontrovertibile / a cui s’ispira / quando dipinge le luci / con tale maestria» (M. Villa, Harrison, Saraceni dagli occhi d’Ardesia, Ed. Della Rosa, 1996) mi collego all’affermazione di Flegias: «Puoi cantare nel miglior impianto voce al mondo, ma se poi te ne stai impalato sul palco e non vomiti tutta la tua rabbia, a me non trasmetti proprio nulla» (Flegias, NECRODEATH The Shining Book, p. 218). L’urgenza espressiva per te?
Ha ragione Flegias. La vecchia scuola sa benissimo che contava l’attitudine. Magari si era meno bravi tecnicamente ma si trasmetteva molto di più sul palco. Le registrazioni in studio erano quello che erano, molti dischi del passato ascoltati oggi sono allucinanti da un punto di vista della produzione, eppure il fan andava a cercare la rabbia, la voglia di esprimersi, la forza che veniva trasmessa. Ora la tecnica la fa da padrona, i musicisti sono tutti preparatissimi ma forse si è perso qualcosa in verità e carica esplosiva.

«Una band come noi al debutto si poteva trovare di fronte a 700 persone con solo un paio di demo alle spalle, se avevi già imposto la tua personalità. Oggi, ripeto è impensabile per qualsiasi band che debutta e che si autoproduce fare questi numeri alla prima data… ma forse anche all’ultima […] ». (Peso, NECRODEATH The Shining Book, pp. 32-33). L’allora e l’oggi.
In quegli anni quando c’era un concerto, e ce n’erano pochi, era un evento. Ci andavano tutti. Ora fare 700 persone in un teatro è impensabile. Troppa dispersione, e, come dicevo, ormai è tutto un evento, si può fruire di qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Non c’è più l’urgenza dell’andare, come c’era una volta. Certo, i grandi concerti oggi ci sono e certi festival fanno anche 70000 persone. Ma per farlo che macchina organizzativa hanno alle spalle? E che roster devono presentare? Nell’era dei social e di una vita che va molto più veloce in qualsiasi aspetto suonare dal vivo è forse più facile ma i risultati sono quello che sono. Spesso e volentieri.

Genova negli anni ’80 – ‘90 ha accolto numerosi live di band internazionali della scena metal, indie rock, grounge… poi?
E poi basta, per quello che riguarda il metal. Ora gli organizzatori preferiscono l’alternative e il nuovo indie italiano, vedi Goa Boa o cose simili. Siamo nell’era dell’esplosione della trap/drill e per i ragazzini tira di più. I concerti rock ci sono, ma non riescono quasi mai a fare grandi numeri. Spesso si tenta, abbiamo sempre cose interessanti al Crazy Bull, ad esempio, ma eventi grandi con band internazionali per ora sono a scapito di grandi città. Forse perché chi va a vedere rock o metal a Genova non è purtroppo un popolo così numeroso come chi ascolta altri generi. Oppure è semplicemente un cane che si morde la coda. Poca offerta, poca gente e via così. È un peccato dover magari andare a Milano Torino o Bologna per vedere cose che potrebbero essere gustate anche qui.

«Mi auguro che nel momento in cui leggerete queste pagine la situazione sia migliorata, e che la prospettiva di riprendere con i concerti non sia più solo un miraggio. » (Elena Merlin, NECRODEATH The Shining Book, p. 254). In qualità di responsabile eventi e appassionato di musica come valuti questa “nuova” dimensione?
Una dimensione a cui gioco forza abbiamo dovuto abituarci. Non è il massimo. Se già prima internet aveva un ruolo di primo piano anche in questo settore, con la pandemia è diventato leader indiscusso. Spero che il calore umano possa tornare prepotentemente a farla da padrone quanto prima. Ora come ora gli eventi, le presentazioni o i concerti in genere soffrono e non sono più ritornati ai livelli del 2019, purtroppo.

Vuoi anticiparci in merito ai tuoi progetti prossimi?
Sto lavorando a una nuova biografia di un’altra fondamentale band metal ligure, che dovrebbe vedere la luce in estate. E poi dovrebbe uscire anche il mio nuovo romanzo di fantascienza.

Abbiamo aperto l’intervista con una frase; se volessimo lasciare parlare la parola come significante e come significato, cosa ci direbbe oggi?
Ci direbbe di non mollare mai i nostri sogni al primo che capita e conservarli sempre ben saldi nel cuore e nella mente. Il sogno che hanno anche avuto i Necrodeath negli anni ’80 e che non hanno mai dimenticato. E buona parte direi che lo hanno realizzato, regalandoci capolavori, emozioni e sincerità. Alla fine il libro è una storia, che potrà piacere anche a chi non segue il metal estremo. Come guardare un film. A mio avviso si potranno divertire.

Grazie Massimo
Grazie a te.


Nota biografica
Massimo Villa nasce a Genova nel 1968. Ha pubblicato diversi racconti, romanzi e saggi tra cui Frigo Leader (Erga, 2018), Gioco dunque sono. Filosofia del videogamer (Melangolo, 2020) e una serie di profili musicali per i segni zodiacali in L’astro Narrante (Fanucci, 2020).

Festival Internazionale della Poesia di Genova Parole Spalancate – Reading Internazionale Palazzo Ducale

Festival Internazionale della Poesia di Genova Parole Spalancate – Reading Internazionale Palazzo Ducale Cortile Maggiore

Festival Internazionale della Poesia di Genova, Parole Spalancate. Palazzo Ducale – Cortile Maggiore h. 21.00 – Reading Internazionale Con Laura Capra, Laura Garavaglia, Sahar Ajdamsani (Iran)

Intervista a Ilja Leonard Pfeijffer, “Grand Hotel Europa” a Palazzo Ducale

Intervista a Ilja Leonard Pfeijffer, presentazione del nuovo romanzo “Grand Hotel Europa” a Palazzo Ducale, per il Festival Internazionale di Poesia di Genova.

Grand Hotel Europa” (Nutrimenti edizioni, 2020) è il nuovo romanzo dell’autore Ilja Leonard Pfeijffer, poeta, scrittore e drammaturgo olandese. Presenterò il romanzo a Palazzo Ducale, Cortile Maggiore, con uno sguardo rivolto alla “Superba“, romanzo che ci ha fatto conoscere l’autore

La Superba (Nutrimenti edizioni, 2018) è un romanzo giunto con il tema della migrazione. Lo stesso protagonista giunge a Genova e si innamora della città decidendo di restarvi. Il restare è gran parte del libro, il tempo è il presente. Il passato irrompe in scena solo occasionalmente. Genova è una città autentica e descritta dall’autore quale città impenetrabile, in grado di accogliere i turisti “fino a un certo punto”, la popolazione è autentica e riesce a sopravvivere

Grand Hotel Europa è un romanzo totalmente differente, al restare si contrappone un continuo passaggio. Le persone viaggiano molto, raggiungono luoghi straordinari, c’è un turismo che ricerca l’estremo e l’autentico però è come se nulla restasse nemmeno le persone (tranne gli ospiti del “Grand Hotel Europa”). Il luogo è Venezia, città descritta dall’autore “museo cielo aperto disinfettato”.
Il romanzo si nutre di identità europea, del peso geopolitico dell’Italia nei confronti degli altri paesi, di turismo di massa o globalizzato e del passato: il passato gioca un ruolo fondamentale nel romanzo.

Grand Hotel Europa mette a fuoco un tema che fino ad ora, nel nostro paese, non ha goduto ancora di dibattito pubblico: pone una serie di riflessioni, interrogativi, soprattutto a valle di una situazione Covid 19 che ha reso forse più evidente ciò che viene descritto come “cultura monoturistica”.

L’autore si domanda e ci domanda se esista un’alternativa a tutto ciò.

L’intervista è visionabile al link:

 

 

Foto Stefano Guindani

Intervista a Frankie hi-nrg mc: la musica e il libro «Faccio la mia cosa»

Intervista a Frankie hi-nrg mc, la musica e il libro “Faccio la mia cosa”, a cura di Laura Capra per il Festival Internazionale di Poesia di Genova, Parole Spalancate

Dal libro Faccio la mia cosa (Mondadori, 2019) e dal brano omonimo contenuto nel primo album (Faccio la mia cosa, Verba manent, BMG, 1993) Scenari artistici – Interviste si apre oggi a Frankie hi-nrg mc: rapper, produttore discografico, scrittore.

Benvenuto Frankie, nell’accoglierti vorrei lasciare a te la scelta di una frase per aprire questa intervista

“Era una notte buia e tempestosa” perché è proprio scientificamente provato che è la miglior frase d’ inizio per andare a parare da qualsiasi parte possibile, fatta esclusione per tutto quello che inerisce alle notte buie e tempestose, è una maniera per esorcizzare i brutti temi

La tua ultima partecipazione al Festival Internazionale di Poesia di Genova fu in una stagione storica differente rispetto all’attuale: quale suono, immagine, parola, poi divenuto ricordi, associ all’edizione?

Mi ricordo una grande festa, il grande piacere di aver potuto cantare una canzone appena scritta e questo mi consente di ricordarmi la rassegna, l’occasione, il pubblico, com’era disposto il palco, quindi in realtà ti posso dare una costellazione di suggestioni che per me rappresentano quella volta lì.

Nel tuo libro Faccio la mia cosa (Mondadori, 2019) ripercorri la storia della tua vita e dell’hip hop, consentendo al lettore di confrontarsi con tecnicismi, visioni, scelte che hanno portato i suoi protagonisti a disegnare la storia del genere, consentendoti di “fare la tua cosa”; 11 agosto 1973, al 1520 di Sedgwick Avenue, South Bronx, New York. Kool Herc e sua sorella Cindy, una festa delle medie che disegna la storia: che cosa può insegnare?

Può insegnare che ogni tanto organizzare una festa è cosa buona e giusta, lavorare per il benessere anche se vogliamo un po’superficiale delle persone fa stare enormemente bene le persone e può insegnare che bisogna ascoltare i ragazzini, farsi spiegare le cose, perché hanno una visione più chiara che crescendo viene distratta dai pareri della maggioranza e dagli adulti; ci sono idee grandiose, una maniera di utilizzare gli strumenti che si hanno a disposizione in un modo costruttivo che gli adulti difficilmente riescono a riconquistare

Qual è il ruolo della memoria, individuale e collettiva, nella società attuale?

La memoria serve per ricordare e ricordare è un’attività che è fondamentale svolgere in proprio, se le scorte di memoria fossero limitate verrebbe da dire ‘cerchiamo di dedicare questo spazio alle cose utili’ fortuna vuole la memoria possa essere virtualmente infinita, quindi è una questione di volontà; fosse per me scriverei, se non già esistesse e non avesse un peso così importante la Giornata della Memoria delle vittime della Shoah, anche la giornata della memoria, la memoria del ricordare con la m minuscola, ci ricordiamo di ricordare? La sensazione è che ci si aspetti che qualcun altro ci ricordi. Se ci si ricordasse di ricordare e ogni giorno per noi fosse una giornata della memoria con la m minuscola, anche solo quando la vita ti pone di fronte a uno scenario, quelle sono le occasioni nelle quali è etico fare esercizio di memoria

In un passaggio del libro descrivi tuo padre Giovanni: «questo è Giovanni. Ti metto nella condizione di fare, tu fai, vai e scopri quanto è bello scoprire, divertiti e se hai domande non esitare a farle, ma se non ne hai non esitare a fartene» (Faccio la mia cosa, p. 26). Porsi domande, l’importanza dei maestri, ricevere gli strumenti, recentemente hai affermato: «la gente si basta». Come ha imparato a bastarsi?

La gente ha imparato a bastarsi nel momento in cui ha iniziato a illudersi che si è come dei coralli immersi in una corrente di servizi. A questo flusso di servizi che ci investe diamo denaro, tempo e di contro ci torna un servizio; veniamo nutriti, intrattenuti, ci vengono applicate delle lenti posticce, raccontiamo i problemi all’analista. Si è stabilita una visione utilitaristica della vita dove io faccio, lavoro, produco, pago e pretendo e questo vessa, ogni possibile sviluppo della persona, stiamo progressivamente assomigliando a WALL•E della Disney, come razza umana, quantomeno come Occidente che possiamo permetterci di imbarcarci su questa nave che lascia la terra, probabilmente un po’di gente ci resta, ma non te la fanno vedere, questo fa si che siamo sufficienti, è chiaro che ci si basta perché si è più furbi di tutti, generalizzo, ma ho percezione sia atteggiamento diffuso. Non c’è più il beneficio del dubbio, perché se mi si pone un nuovo argomento e nel leggere il titolo della notizia già so la risposta, non ho più la curiosità di sapere come stiano le cose. Si è portati a pensare che da soli si sta benone e alla fine, ognuno di noi ha ragione, trovami uno che dica “Però effettivamente sento di aver torto su questa cosa”.

La libertà di essere artisti: dare voce e/o avere la voce nell’oggi?

Oggi avere voce significa avere seguito nel mondo dell’informazione a tutti i livelli; io ho voce perché ho follower, ho voce perché mi stai intervistando, è possibile perché faccio questo mestiere da anni, ho cercato di non ecclissarmi mai del tutto, anche quando è stato difficile perché se uno sta fermo una settimana si eclissa, però per chi non ha un grosso volume di persone è difficile e uno la voce se la deve fare in qualche modo. Il dare voce, io non ho mai dato voce a nessuno e ho parlato di temi che riguardano me, non solo me e alcuni non mi riguardano affatto, quando scrivo una canzone uso le parole per parlare di un tema che mi interessa e utilizzo Io, Me e questo è importante che accada perché la divinità sta nel creare non nel dare voce. Chi si volesse ispirare alla mia maniera di intendere arte sappia che, secondo me, non bisogna illudersi di essere nella posizione di poter dare la voce; a una singola persona si può, se non ha una voce udibile e ci si fa tramite. Un artista può dare voce a qualcuno, ma non scrivere un pezzo sul razzismo e dare la voce al continente nero

Nel libro narri della tua esperienza nei boy scout e dell’evento che ne sancì l’abbandono: «se quel cretino ha un peso, penserò allora, questo posto non è fatto per me» (Faccio la mia cosa, p. 99). Il concetto di scelta, come si matura il coraggio di scegliere se stare da una parte o toccare più mondi conservando la propria matrice?

Assaggiando nuove pietanze si scoprono nuovi gusti, ci si appassiona, si scoprono nuovi ingredienti e mangiando può venire anche il desiderio di imparare a fare da mangiare; se non ti fai due domande, non viaggi, non ti confronti, non prendi la tua vita e la provi a sovrapporre a quella degli altri per vedere, se non hai questo tipo di curiosità, se ti basti, allora di fatto hai già scelto, il non scegliere è una scelta.

«Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltri / Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili / perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili» (Frankie hi-nrg mc feat. Riccardo Sinigallia, Quelli che benpensano, La morte dei miracoli, BMG, 1997) è canzone che ha “urlato” negli anni novanta, considerata tutt’oggi “il” brano, hai affermato: «ho cercato di calcare la mano […] la realtà ha superato la finzione, i principi sono i medesimi […] c’è una maggiore inclinazione all’opportunismo a tutti i livelli […] e l’ignoranza non era esibita come un valore quando ho scritto nel novantasei questa canzone». Quale canzone del panorama artistico attuale sceglieresti per rappresentare la situazione italiana

Non è più diffusa come negli anni novanta l’esigenza di fare un racconto tematico, faccio salva Quelli che non pensano di Marrakesh, talmente connessa con Quelli che benpensano che potrebbe essere la risposta ideale, ma non la voglio dare perché connessa a quella canzone; di orazioni civili su un tema non se ne fanno più tante, i temi sono polverizzati, sono cambiate tante cose. Siamo descritti bene, come nazione, da certe hit estive dalle quali ci piace farci raccontare nel desiderio di leggerezza che è sempre stata la spezia che ha condito la vita di noi italiani, abbiamo una foschia che non ci fa star bene; c’è bisogno di un cuscino sul quale appoggiare la testa quindi è con rispetto che dico: una canzone che può rappresentarci è una hit estiva purché sia con l’idea di farti stare leggero su un tappeto di piume

«Il posto traballa, il posto crolla: tutti per strada e nessuno se l’accolla. Tutti con la netta sensazione di esser soli: non c’è nessuno che ascolti nonostante ci si sgoli. / Cerchiamo di restare umani, cerchiamo di restare qui / cerchiamo con la testa e con le mani, cerchiamo i nostri simili» (Frankie hi-nrg mc, Essere umani, Essere umani, Materie Prime Circolari, 2014). Il ruolo della protesta in questo periodo storico?

Il ruolo della protesta è il ruolo che ha sempre avuto, lubrificante per la risoluzione di alcune distanze o nell’una o nell’altra direzione. Anche in questo periodo le proteste assolvono a questa funzione, penso al movimento “Black Lives Matter” di contro penso alle manifestazioni “NO Vax”, NO Mask”, “NO Brain”. Purtroppo la facilità con la quale vengono strumentalizzate è enorme rispetto al passato e sempre più di sovente una manifestazione che nasce con un intento e si da delle regole degenera perché una frangia si introduce e si finisce per non parlare del messaggio, di chi ha guidato la manifestazione, questo però non mi impedisce di voler andare a tenere uno striscione, salire su un podio, dire le mie istanze su un tema che ritengo importante; l’ho fatto in passato e lo farò in futuro, spero che sia un sentire comune

È un sentire comune?

Secondo me c’è voglia di protestare, non so se ci sia voglia di manifestare, per manifestare è necessaria grande maturità, è un po’la differenza che c’è tra rivoluzione e rivolta, siamo un po’ più rivoltosi che rivoluzionari

C’è una sofferenza silenziosa?

Sì, anche perché, dal punto di vista semantico il concetto di resilienza ci sta distruggendo; adesso è tutto resiliente, il problema è che la resilienza non è stare zitti, ma è riuscire nella difficoltà a capitalizzare sul poco per poter progredire. Quello di cui avremo bisogno è la resistenza. Ci sono principi inalienabili, dei punti fermi dai quali non bisogna recedere, tuttavia è molto più facile far appello alla resilienza delle persone che alla resistenza, la Resistenza si tira fuori soltanto il 25 aprile

Il tuo professore di filosofia, a valle di una serie di letture assegnate, ti donò una copia dell’Anarchia di George Woodcock e ti disse: «di questo non ci devi fare una lezione, è solo per te, perché se vuoi fare un gioco è giusto che ti documenti sulle regole» (Faccio la mia cosa, p. 171). Cosa ti lasciò, a quell’età, la lettura di questo libro?

Il concetto di anarchia, la possibilità di esercitare in maniera assoluta le proprie libertà senza calpestare quella altrui; meravigliosa utopia come il comunismo, come la democrazia, alla quale tendere e mi sono reso conto però che, di tutti i possibili scenari per una vita sociale, è quello che richiede la maggior maturità per poter vivere in uno Stato in cui vige e poter vivere bene, è la più semplice maniera di intendere il vivere in pace, dove sono altri i valori da tenere in considerazione; per essere anarchici bisogna essere preparati, altrimenti sei soltanto un teppista.

«Fuori splende il buio, dentro vedo solo nuvole» (Frankie hi-nrg mc, Nuvole, Materie Prime Circolari, 2020). Come riempirsi di respiro?

Ognuno fa come riesce, in base anche agli strumenti che riceve e quanto gli vengono indicati, mi sono accorto che l’aspetto più specifico della tragedia nella quale ci troviamo tutti implicati è quello psicologico. Ci sono le componenti sanitarie, ma i danni che tutti hanno ricevuto sono di natura psicologica e su questi nessuno ha ancora speso parola a livello istituzionale; lavorare in maniera drastica e non interfacciata sul piano umano, ma solo sul piano cartaceo burocratico, non sulla complessità, l’assenza del peso della psicologia e dell’importanza di avere persone con le quali potersi confrontare, oltre ai fatti quotidiani della nostra nazione, è sempre stato trascurato; lo psicologo è spesso ridotto a macchietta, strumento, con ruolo di osservatore

Vuoi anticiparci in merito ai tuoi progetti prossimi?

Questa fase storica mi ha fatto comprendere che ho desiderio di raccontare non necessariamente in forma musicale; sto completando la scrittura di un romanzo, il documentario che ho fatto su Gianni Rodari piuttosto che il reading teatrale stesso, che è un’esperienza di narrazione, di racconto con il pubblico, mi piace molto come dimensione, non c’è solo il rap.

Abbiamo aperto l’intervista con una frase; se volessimo lasciare parlare la parola come significante e come significato, cosa ci direbbe oggi?

Io penso sia arrivato il tempo di ascoltare, se la parola ha da dire qualcosa che lo dica, siamo predisposti per ascoltarla? Quanto lo siamo? Cosa ci predispone all’ascolto? Quanto pretendiamo dalla cosa che stiamo ascoltando che si conformi a noi per poter essere ascoltata altrimenti “No! Io non ti ascolto”, perché parli una lingua sconosciuta, il tuo aspetto non lo trovo gradevole, hai detto una parola chiave che mi trigghera: questi coralli immersi in mezzo a questo flusso di servizi quanta roba snobbano, quanto si mettono di profilo per farla transitare perché non si confà ai loro parametri, alla loro visione corpuscolare della vita? Quanto siamo snob nei confronti dei contenuti altri, neanche nuovi, altri, il diverso, inteso non solo secondo le categorie del politicamente corretto, il diverso è quello che sta sull’altro sedile, il diverso è altro. Vorrei che la parola, nel momento in cui dovesse esprimere il proprio significato, contributo o sbadiglio che sia, lo facesse in un regime di brusio minore; non contribuiamo all’incremento del brusio di fondo che distrae, fa fraintendere e magari non ti fa sentire il significato o lo sbadiglio della parola.

Grazie Frankie

Grazie a te, Laura

 


FOTO: Stefano Guindani

Nota biografica:

Frankie hi-nrg mc (al secolo Francesco Di Gesù) è nato a Torino nel 1969. Di origini siciliane
(Monreale – PA) ha vissuto a lungo a Caserta, Città di Castello (PG) e Roma. È un rapper,
autore, compositore, giornalista, street photographer, videomaker.

2020
• In aprile pubblica il videoclip “Storia di molti – Fresco RMMXX”
• A luglio pubblica il brano “Estate 2020”, corredato da un lyric video.
• In ottobre conduce il documentario “Rodari 2.o – Spazio alla parola”, in onda sul canale
laEffe tv
• Il 17 novembre pubblica a sorpresa il video di “Nuvole”, il singolo che uscirà qualche
giorno dopo su tutte le piattaforme digitali

2019
• Il 30 aprile esce per Mondadori “Faccio la mia cosa”, il suo primo libro, in equilibrio tra
autobiografia e saggio sulle origini dell’hip hop
• A settembre debutta con l’omonimo monologo teatrale

2018
• Per la colonna sonora del film “Non ci resta che il crimine”, regia di Massimiliano Bruno,
realizza la omonima canzone insieme al M° Maurizio Filardo

2017
• Nello spettacolo “#ANTROPOCENE”, per cui scrive ed esegue tutte le parti poetiche,
recita al fianco di Marco Paolini e del M° Mario Brunello. Il debutto avviene al Teatro
Massimo di Palermo e si prosegue all’Auditorium Parco della Musica di Roma, Teatro
Regio di Torino e Teatro San Carlo di Napoli.
• Conduce un ciclo della trasmissione Back2Back su Radio2 insieme ad Ema Stockolma
• Accompagna la ONG ACRA in una missione umanitaria in Senegal, curandone la
documentazione fotografica
• Partecipa al 60° Zecchino d’Oro dell’Antoniano di Bologna con il brano “Gualtiero dei
Mestieri”
• Insieme all’associazione “Every Child Is My Child” realizza lo spettacolo “Live for Syria”
presso il parco archeologico di Vulci (VT)
• E’ autore del brano “Lunedì”, contenuto nell’album “Leggera” del duo Musica Nuda
(Petra Magoni e Ferruccio Spinetti)

2016
• Per il film “Unto e bisunto” di Chef Rubio, realizza il brano di titoli di coda ed il relativo
video musicale
• Partecipa al Biografilm Festival di Bologna come giurato nella sezione “Opere Prime”
• Il progetto “ARTUNE” viene scelto dalla Fondazione Torino Musei per promuovere la
mostra “Da Poussin agli Impressionisti” presso Palazzo Madama
• Partecipa al doppiaggio del film “Dio esiste e vive a Bruxelles” di Jaco Van Dormael,
prestando la voce al personaggio di JC (Gesù)
• Coordina l’incontro “Strade d’Arte – 30 anni di writing e street art a confronto”
organizzata dall’Istituto Treccani
• Accompagna la ONG ACRA in una missione umanitaria in Mozambico, curandone la
documentazione fotografica e realizza un progetto fotografico coinvolgendo gli alunni
di alcune scuole primarie del V° distretto di Maputo.

2015
• Rinunzia al ruolo di Ambassador per EXPO 2015, per incompatibilità con il fine e la
modalità di realizzazione dell’evento, e contestualmente dà il proprio supporto ad Expo
dei Popoli, forum indipendente sull’alimentazione globale sostenibile.
• Accompagna la ONG ACRA in una missione umanitaria in Zambia, curandone la
documentazione fotografica.
• “Pedala” viene scelta dalla RAI come sigla del 98° Giro d’Italia.
• Inagura la mostra fotografica “Bilingual” , costituita da scatti realizzati in Zambia, con
debutto all’Hunter College di New York e successiva esposizione presso il Piccolo Cafè
di Madison Avenue, New York
• Partecipa al nuovo progetto di Erri De Luca, scrivendo la parte rap del brano
“Arrivederci fratello mare”, composto da Stefano Di Battista ed interpretato insieme ad
Erri De Luca, Nicky Nicolai, Claudio Baglioni e Luca Barbarossa.
• Realizza, con la propria società Materie Prime Circolari, il progetto “ARTUNE”: la prima
audioguida emozionale, nata per promuove l’Arte attraverso la musica. Prima
espressione del progetto “L’Ortolano di Arcimboldo” presso il Museo Civico di
Cremona.
• Partecipa al 58° Zecchino d’Oro dell’Antoniano di Bologna con il brano “Zombie
vegetariano”
• Inaugura “Metrapolis”, mostra fotografica costituita da scatti realizzati a New York
City, allestita presso la galleria Spazio 22 di Milano

2014
• Partecipa nella categoria “Campioni” al 64°Festival della Canzone Italiana di Sanremo
con i brani “Un uomo è vivo” e “Pedala”, presentandosi da artista indipendente con la
propria etichetta Materie Prime Circolari.
• Il 20 febbraio pubblica “ESSERE UMANI”, il nuovo album di inediti, il primo da
indipendente, su etichetta Materie Prime Circolari.
• “Pedala” viene scelta dalla RAI come sigla del 97° Giro d’Italia.
• Conduce un ciclo di “Hit Parade”, la storica trasmissione di Radio 2

2013
• Conduce su SkyArte HD la prima stagione del programma “Street art”.
• Il suo dj set “L’Alto Parlante Gira Dischi” lo porta in numerosi club italiani.

2012
• Scrive per Fiorella Mannoia il brano “Non è un film”, contenuto nell’album “Sud” della
cantante e con il quale vince il premio “Amnesty International – Voci per la Libertà 2012”
• Accompagna Fiorella Mannoia nel suo trionfale tour che la porta in tutti i più grandi
teatri e palasport d’Italia
• Recita un cameo nel ruolo di sé stesso in “Viva l’Italia” di Massimiliano Bruno, in cui
“Quelli che benpensano” viene utilizzata quasi per intero nella scena clou del film.
• Duetta con Pacifico nel brano “Presto”, realizzato insieme ai Bud Spencer Blues
Explosion e contenuto nell’album “Una voce non basta” di Pacifico.

2011
• Scrive insieme a Raf il brano “Numeri”, incluso nell’omonimo album dell’artista
• Appare in un cameo nella pellicola cinematografica “Boris – il film”, in cui interpreta sé
stesso.
• Partecipa al brano “La realtà” di Anansi, scrivendo ed interpretando una strofa
• Interpreta il ruolo di Saverio nel film “I più grandi di tutti”, con la regia di Carlo Virzì, in
uscita primavera 2012
• Produce il brano “School Rocks!”, la prima prefazione rap scritta per il libro omonimo di
Stefano Moriggi ed Antonio Incorvaia. Il video del brano entra nell’alta rotazione su
MTV.
• Debutta, insieme a Massimiliano Bruno, nello spettacolo teatrale “Potere alle parole”,
basato sui testi delle sue canzoni ed i monologhi di Bruno.

2010
• Fornisce la voce per il personaggio “The Player” nella omonima trasmissione in onda su
deejay tv.

2009
• Debutta con il nuovo tour, articolato in 50 date e caratterizzato dalla multimedialità
dello spettacolo: due ore di musica ed immagini, con i video realizzati da un gruppo di
giovani registi diplomati allo IED di Milano.
• Produce e distribuisce “M’illumino di meno” (Materie Prime Circolari) inno della
campagna sul risparmio energetico promossa da “Caterpillar” (Radio2), che in un paio di
settimane batte tutte le classifiche del sito Fairtilizer.com (oggi Official.fm) che lo
distribuisce in esclusiva.
• Partecipa al progetto “Domani 21-04-2009” di solidarietà con i terremotati abruzzesi

2008
• Partecipa nella categoria “Campioni” al 58° Festival della Canzone Italiana di Sanremo
con il brano “Rivoluzione”
• In marzo esce il suo quinto album intitolato “dePrimoMaggio” (Sony-BMG), che vede la
partecipazione di Paola Cortellesi, Giorgia, Roy Paci, Samuele Bersani, Enrico Ruggeri,
Ascanio Celestini e Gianluca Nicoletti e che conclude il rapporto contrattuale con la
multinazionale Sony-BMG.
• Nel periodo del Festival realizza e diffonde il primo brano da artista indipendente “Falso
d’autore” (Materie Prime Circolari).
• Successivamente produce e distribuisce gratuitamente il brano “Din don” (Materie
Prime Circolari), canzone sul Natale dedicata ad Emergency, la ONG fondata da Gino
Strada.

2007
• Partecipa al progetto “Chantsong Orchestra” con una cover del brano “Disconnetti il
potere”
• Partecipa in quattro canzoni/fiaba incluse nel disco/libro “Felici e cantanti” dell’Istituto
Barlumen Band

2006
• Si esibisce come dj in vari club, proponendo un repertorio hip-hop / electro
• Partecipa all’album “Sglobal” di Mimmo Locasciulli, nella traccia omonima
• Nell’album della Banda Osiris interpreta la cover di “Che notte!” di Fred Buscaglione.
• Realizza, insieme all’Istituto Barlumen, la sigla del programma di MTV Italia “Italo-
Spagnolo”, condotto da Fabio Volo

2005
• Debutta con lo spettacolo “Rap©ital” con un tour di 8 mesi.
• Pubblica il quarto album “Rap©ital” (Sony – BMG), che raccoglie i brani riarrangiati
dell’omonimo spettacolo, tra cui i brani “Autodafé vs Profondo Rosso” e “Giù le mani da
Lucignolo”, in cui ripropone il celebre tema dello sceneggiato “Pinocchio” di L.
Comencini.

2004
• Scrive il video della propria canzone “Raplamento”.
• Partecipa al brano “Non mi chiedermi” (Ukapan Records) di Paola Cortellesi e Rocco
Tanica.
• Si esibisce con Paola Cortellesi alla serata finale del Festival di Sanremo.
• Conduce per oltre 2 mesi la trasmissione televisiva “Brand:new” su MTV.
• Per un anno sul mensile Rockstar tiene la rubrica di critica televisiva “Il terrestre
digitale”.
• Si esibisce al Teatro San Martin di Buenos Aires nell’opera “Brut Beat Brute Bruit”col
M°Alvin Curran ed Alter Ego.

2003
• Pubblica il brano “Passaporto per resistere” nell’album “The world according to RZA” di
RZA (Wu-Tang Clan).
• Dirige il videoclip di Pacifico “Gli occhi al cielo” (Carosello records), premiato al Meeting
delle Etichette Indipendenti di Faenza.
• Pubblica il suo terzo album “Ero un autarchico” (Bmg Records), con la partecipazione di
Franca Valeri, Arnoldo Foà, Paola Cortellesi, Antonio Rezza e Pacifico.
• Dirige il videoclip della propria canzone “Chiedi chiedi”.
• Inizia un tour nazionale di 10 mesi.

2002
• Si esibisce con l’ensemble Alter Ego in un concerto di musica contemporanea del
M°Frederic Rzewski per RAI Radio 3, di cui viene pubblicato un disco per la Stradivarius.
• Partecipa con il M° Alvin Curran ed Alter Ego all’opera contemporanea “Brut Beat Brute
Bruit” per il “Festival delle Nazioni” di Città di Castello (PG).
• Realizza con la Banda Osiris la sigla della trasmissione “Caterpillar” di RAI Radio2.

2000
• Dirige, insieme a Riccardo Sinigallia, i videoclip dei Flaminio Maphia “Bada” (Extra
Labels) e dei Tiromancino (Virgin Music) “La descrizione di un attimo”, “Muovo le ali di
nuovo” e “Due destini”.
• Il videoclip de “La descrizione di un attimo” riceve il premio Duel come miglior video
pop al Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza.

1999
• Partecipa al progetto La Comitiva (Virgin Music) con la canzone “Nottetempo”, assieme
alla cantante Elisa.
• Scrive ed interpreta il ritornello per la versione italiana della canzone “Hate me now”
(Sony Music) di Nas e Puff Daddy.

1998
• “Quelli che benpensano” vince il Premio Italiano della Musica (PIM) come canzone
dell’anno.
• Dirige, insieme a Riccardo Sinigallia, il videoclip della canzone “Autodafé”.

1997
• Pubblica il secondo album “La morte dei miracoli” (BMG Ricordi).
• Dirige, insieme a Riccardo Sinigallia, il videoclip della canzone “Quelli che benpensano”.
• Inizia un tour nazionale di oltre 18 mesi.

1995
• Scrive la canzone “La cattura” per il concerto del 25 Aprile a Napoli in piazza Plebiscito,
dove lo esegue assieme a Michael Brecker.

1993
• Pubblica il primo album “Verba Manent” (BMG Ricordi).
• Inizia un tour nazionale di un anno e mezzo.
• Produce con Vittorio Gassman parte della colonna sonora dello spettacolo “Camper”,
interpretato da Vittorio ed Alessandro Gassman al “Festival dei due mondi” di Spoleto.

1992
• Pubblica il primo singolo “Fight da Faida” (Irma Records).
• Si esibisce come supporter nei tour italiani di Run-DMC e Beastie Boys.
• “Fight da Faida” riceve il premio della critica dalla redazione di “Musica e Dischi”.

Lello Voce Foto Dino Ignani

Intervista a Lello Voce

Lello Voce, il Poetry Slam e la poesia, l’intervista per il Festival Internazionale di Poesia di Genova

«Quest’emozione nel polmone / questo fiato rumoroso della situazione

che per un istante sembra utopia / ma poi è già silenzio: era solo poesia… »

Dal libro Farfalle da combattimento (inVersi Bompiani, 1999, p.51), Scenari artistici-Interviste, si apre oggi a Lello Voce: poeta, scrittore, performer, tra i fondatori del Gruppo 93, della rivista letteraria Baldus e del World Poetry Movement. È uno dei pionieri europei dello spoken word e della ‘spoken music’, nel 2001 ha introdotto in Italia il Poetry Slam, primo EmCee al mondo a condurre uno slam pluringue, Presidente onorario della L.I.P.S. – Lega Italiana Poetry Slam.

Benvenuto Lello, la rete ci accoglie in questa sezione diversificata, adorna di virtualità, per questa ragione vorrei lasciare a te la scelta di una frase per aprire questa intervista

Direi, certamente: Poets go home!

La tua ultima partecipazione in presenza al Festival Internazionale di Poesia di Genova fu in una stagione storica differente rispetto all’attuale: quale suono, immagine, parola, poi divenuto ricordo, associ all’edizione?

Del festival di Genova ho tanti ricordi, ma dell’ultima volta che ci sono stato direi certamente l’incontro con Horacio Ferrer, un maestro che probabilmente non avrei mai potuto vedere di persona senza Parole spalancate. Un incontro poi particolarmente prezioso, per tante comuni posizioni di poetica, per il comune vizio di praticare poesia con musica, per l’importanza data a quella che definirei l’intensità. Con Ferrer poi si è sviluppato un rapporto forte e per me preziosissimo. Inoltre, in quell’edizione ebbi l’occasione di rivedere un vecchio amico e  complice in poesia, John Giorno e ogni incontro con Giorno è stato memorabile. Anche quello lo fu…

Poi ricordo qualcosa di completamente diverso: di fronte alla Stanza della poesia, sulla piazzetta  piombò un gabbiano che uccise e inizio a sbeccottare un piccione. Un’immagine molto forte, inquietante. Lo ricordo ancora con vividezza: quasi un caveat per il futuro. A quanto vedo ben fondato, ahinoi…

Il “pensiero divergente” per te

È quel pensiero capace di assumersi un rischio, di esplorare il paradosso, entrare nelle pieghe, senza accontentarsi della superficie. La poesia, se è poesia, è sempre pensiero divergente. La poesia, se è poesia, è assumersi un rischio e una responsabilità. Stare di lato.

Sei stato tra i fondatori del Gruppo 93 e della rivista letteraria Baldus; come potrebbe essere accolta la vostra visione di allora nello scenario odierno?

Credo che molte delle intuizioni di Baldus e del Gruppo 93 oggi siano ampiamente praticate da coloro che fanno poesia ‘sperimentale’ o di ‘ricerca’: a partire dall’intuizione della fine della ‘funzione normativa della Tradizione’, alla pratica ‘performativa’, dalla polemica contro ogni neo-liricismo alla voglia di ricostruire una ‘comunicazione’ complessa con i lettori e con tutto il pubblico della poesia. A Baldus si deve l’attenzione per autori oggi al centro dell’attenzione come Villa, Cacciatore, Di Ruscio, Spatola, Vicinelli. Insomma credo che il presente della poesia italiana confermi molte delle visioni che proponevamo a fine del secolo scorso.

[…]«All’okkio come un urlo retinizzato comefossevisto dal fondabisso del / nome e allora cosa resta della tua forma senza la mia struttura di / fiato respirato come zuccherofilato sedimentato compromettendosi/contraddicendosi[…](MUSA!,  Mancosu editore,  1991).  La differenza tra medium e forma? «La poesia è fatta di acciaio temprato»

Sarebbe un discorso complesso. Intendo dire che proprio di media si discute oggi quando si discute di poesia, prima ancora che di ‘forme’. Oralità, installazione, post-poesia, prosa in prosa, spoken music sono prima di tutto scelte mediali e solo dopo si può, nel caso, iniziare un discorso formale. E le forme di cui parliamo non sono certamente esclusivamente quelle ‘letterarie’.

Nel 2001 hai introdotto il Poetry Slam in Italia: la significazione dell’aggettivo Poetry in relazione alla sua collocazione dinnanzi o dietro a Slam

Sempre davanti Poetry slam è la definizione di un evento, non un tipo di poesia o una definizione di ‘poetica’

Con quale modalità ritieni possibile accostarsi al ritmo nella poesia? «È poesia tutto ciò in cui conta contare»

Contando, appunto, cioè mescolando matematica e respiro. Metrica e pulsazione. Come in musica.

«[…]Se ancora esisto è per l’acrobazia / che mai non sazia per quest’ultima carezza un attimo prima del/respiro affannato che mi spezza[…]» (Cucina cannibale, Lello Voce,  Frank Nemola,  Claudio Calia, Squilibri Editore, 2011). Si parla di ricerca e poesia di sperimentazione: come interpretare questa diversificazione?

Nemmeno ci provo, se non rimandando alle riflessioni che un grande poeta dimenticato, Francesco Leonetti ha negli anni dedicato a questi temi. Sperimentare e ricercare sono sostanzialmente sinonimi. Non si fa ricerca senza sperimentare.

Critica poetica e critica letteraria in Italia oggi

La critica letteraria? Direi che è evidentemente inadeguata ad analizzare e interpretare una forma così plurale come la poesia contemporanea. Sono anni che dico che avremmo bisogno di una ‘critica poetica’ che è altra cosa. Non penso che la poesia oggi possa accontentarsi di una critica ‘letteraria’ né di filologi competenti. L’arte muta, dovrebbero mutare anche gli strumenti con cui la si studia. Cosa che non mi pare che avvenga.

Ricollegandomi al tuo lavoro di insegnante, cosa sta donando la scuola agli adolescenti oggi?

Nulla. Direi che soprattutto la scuola Superiore è addirittura perniciosa per la poesia contemporanea.

Vuoi anticiparci in merito ai tuoi progetti prossimi?

Ho appena terminato, dopo 4 anni di lavoro, un nuovo libro di poesia. Questa volta un libro-libro. Da leggere in silenzio. Un libro di poesia senza poesie… Spero che nel 2022 possa essere pubblicato.

Abbiamo aperto l’intervista con una frase; se volessimo lasciare parlare la parola come significante e come significato, cosa ci direbbe oggi?

“A”, come avrebbe chiosato Louis Zukofsky 😉

Grazie Lello

 


Foto Dino Ignani

Nota biografica:

Poeta, scrittore e performer.
È uno dei pionieri europei dello spoken word e della ‘spoken music’ ed ha introdotto in Italia il Poetry slam.
Ha pubblicato svariati libri e Cd di poesia, con artisti come P. Fresu, F. Nemola, A. Salis, M.P. De Vito, M.Gross, S. Merlino, tra cui Farfalle da combattimento (Bompiani, 1999), Fast Blood (2003 – Premio Delfini di poesia, con le illustrazioni di Sandro Chia), L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2010) Piccola cucina cannibale (Squi[libri], con F. Nemola e C. Calia), per il quale è stato insignito del Premio Napoli 2012.
Il suo ultimo libro-CD, sempre con Frank Nemola e con la partecipazione di Paolo Fresu, è Il fiore inverso (Squilibri editore, 2016), a cui è stato conferito il Premio Nazionale “Elio Pagliarani” di Poesia (2016)
Dal 2017 è il Chief Editor, di Canzoniere, collana di libri/CD dedicati alla poesia con musica e ai Poetry comix, presso l’editore Squilibri.

www.lellovoce.it

Foto Chiara Pasqualini

Intervista a Maria Grazia Calandrone – la poesia e il libro “Splendi come vita”

Intervista a Maria Grazia Calandrone, la poesia e il libro “Splendi come vita”, a cura di Laura Capra per il Festival Internazionale di Poesia di Genova

«Senza difese, torni / vita che splende. / Senza difese, splendi come vita.»

Dall’ultima pagina del libro Splendi come vita (Ponte alle Grazie, 2021 – finalista Premio Strega), Scenari artistici – Interviste si apre oggi a Maria Grazia Calandrone: poetessa, scrittrice, giornalista, attivista, drammaturga, artista visiva, insegnante, autrice e conduttrice Rai.

Benvenuta Maria Grazia nell’accoglierti al dialogo in questo spazio per certi versi metafisico, vorrei lasciare a te la scelta di una frase per aprire questa intervista

La migliore soluzione sarebbe fare almeno un po’ di silenzio, del quale credo abbiamo tutti molto bisogno. Ma, poiché si tratta di un’intervista, do anch’io il mio benvenuto, a te e a chi leggerà.

La tua prima partecipazione al Festival Internazionale della Poesia di Genova fu nel giugno 2009, sono trascorsi differenti anni e ti domando: quale suono, immagine, parola, poi divenuto ricordo, associ all’edizione?

La camicia rossa che indossavo e che, col tempo, è diventata uno stile. E poi le immagini luminose della mostra che avevo intorno.

Sei poetessa affermata, ma nella tua carriera molti ruoli si sono avvicendati e tutt’oggi convivono; in riferimento a questi, mi piacerebbe chiederti da quale punto di vista sceglieresti di descrivere l’attuale situazione storica

Credo che quello della poesia sia uno sguardo biologico, senz’altro esistenziale, dunque è lo sguardo che scelgo per compiere qualunque azione, inclusa quella di descrivere il mondo. L’attuale situazione fa fortissimo attrito con l’idea di mondo giusto che abita alcuni fra i poeti, guidati dal linguaggio.

Soffermandoci sul valore della parola: possiamo vestirla? Mi sovviene il tuo concetto «la poesia è anarchia»

Anarchia nel senso di libertà. La poesia fa quello che vuole, della lingua. Chi la scrive non può che obbedire.

Il tuo ultimo libro, Splendi come vita, opera tra le 12 candidate al Premio Strega, nasce a poco più di un anno dalla raccolta in versi, Il Giardino della gioia (Mondadori-Lo Specchio, 2019), affermi sia nato in pochissimo tempo poiché era lì da sempre. I ricordi che permeano il libro, in questo ritratto che non è solo materno, trasportano il lettore in un dialogo diretto, compassionevole, ma non vittimistico. In qualche modo si potrebbe affermare che «Niente come la vita luccica e splende contro il fondale buio dell’Universo, chiede al buio meraviglia» (Splendi come vita, p. 158), senza vi siano né vittime né carnefici, ma unicamente per ciò che è?

Credo che accettare la realtà della nostra vita per quello che è – o crediamo che sia – sia la più utile forma della maturità. Con questo non voglio assolutamente dire che non sia necessario, anzi indispensabile lottare per cambiare le cose, ritengo infatti che inseguire l’utopia sia fondamentale per vivere, ma bisogna sapersi fermare, non sbattere più di una volta contro una porta chiusa.

………

 


FOTO: Chiara Pasqualini

Nota biografica:

Maria Grazia Calandrone è poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, insegnante, autrice e conduttrice Rai (ultimo ciclo: Esercizi di poesia), regista per «Corriere TV» dei videoreportage sull’accoglienza ai migranti “I volontari” e “Viaggio in una guerra non finita”, su Sarajevo. Tiene laboratori di poesia in scuole pubbliche, carceri, DSM. Premi Montale, Pasolini, Trivio, Europa, Dessì e Napoli per la poesia, Bo-Descalzo per la critica letteraria. Ultimi libri Serie fossile (Crocetti 2015, Feltrinelli 2020), Gli Scomparsi – storie da «Chi l’ha visto?» (Pordenonelegge 2016), Il bene morale (Crocetti 2017), Giardino della gioia (Mondadori 2019), Fossils (SurVision, Ireland 2018), Sèrie Fòssil (Edicions Aïllades, Ibiza 2019), l’antologia araba Questo corpo, questa luce (Almutawassit Books, Beirut 2020) e il romanzo Splendi come vita (Ponte alle Grazie 2021 – finalista Premio Strega). Porta in scena il videoconcerto Corpo reale. Ha curato la rubrica di inediti «Cantiere Poesia» per «Poesia» (Crocetti). Sue sillogi compaiono in antologie e riviste di numerosi paesi. www.mariagraziacalandrone.it

Intervista a Domenico Brancale – la poesia e la parola

Intervista a Domenico Brancale, la poesia e la parola; a cura di Laura Capra, per il Festival Internazionale di Poesia di Genova

«Non sarò mai al sicuro / dentro la parola»

Dall’epigrafe che apre L’ossario del sole (Passigli, 2007), Scenari artistici – Interviste si apre oggi a Domenico Brancale.

Poeta e performer che fa della parola il suo smarrimento, visitato dalla voce che renderà scrittura l’ormai già-passato presente, siamo in ciò che dovrà ancora avvenire. Parlano il respiro, la morte, la carne, il sangue, lo spazio dell’accadimento e la certezza di ascoltarci nella possibilità di fare a meno di noi stessi.

Non ci troviamo in Lucania e nemmeno a Venezia o Bologna, luoghi cari a Brancale; siamo immersi nel cyberspazio.

Domenico, in questo periodo di attesa contingentata non mi è possibile intervistarti dal vivo come differentemente sarebbe stato e pertanto ci affideremo alla tecnologia; come stai?

Chiedilo a Lazzaro! Non potrei dirle veramente come sto. E poi stiamo in tanti modi e “come stai” ha perduto la sua anima. Non è altro che un intercalare in cui ci abbandoniamo ogni qualvolta incrociamo un nostro simile. Ma ci siamo mai chiesti come stesse Lazzaro dopo essere ritornato a vivere, che cosa avesse fatto negli anni successivi. Nessuno guarda sotto il sasso per non inorridire. Sarebbe terribile. Non facciamo nessuno sforzo. In realtà ci teniamo a debita distanza dall’altro con frasi di questo genere “come stai, capisco e compagnia bella”. Quanta ipocrisia sgorga dai nostri pensieri. A pensarci bene non ho mai fatto qualcosa per l’altro che non mi riguardasse. Non è questione di egoismo. Credo soltanto che non si possa aiutare l’altro facendo a meno del proprio io. Solo raggiungendosi scopriamo l’altro. Per fare ciò è necessaria e imprescindibile una certa rivolta proprio verso se stessi. Non dimenticando mai quei diritti che Baudelaire riteneva sacrosanti: il diritto di contraddirsi e il diritto di andarsene.
Allora, “come sto?”.
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Appeso alla vita e sempre pronto a staccarmi. Basta poco, un refolo, un’emozione all’improvviso e via, via da questo stare. Puff… Zvanì… Evaporati. In questi ultimi tempi c’è una corsa all’apparire, al fare, tutti vogliono creare, vogliono, vogliono, volere e non potere. Io in qualche modo desisto, all’accanimento che serbo per il vivere contrappongo il “desistere”, uno star fermi, una rinuncia all’ambizione. Del resto ogni cosa è destinata al fallimento. La morte è il traguardo più importante del fallimento. Tutto porta lì. Non possiamo farci nulla. Ora, si tratta, soltanto di godersi la vita fin quando si può. Senza troppe pretese se non quelle che soddisfano le nostre possibilità e non le volontà. Forse se c’è uno scopo nella poesia è quello di prepararci alla morte. Scavare nell’anima, scavare a fondo, per trovare la soglia che possa contenere l’accettazione della morte.

Vorrei lasciare a te la scelta di una frase per aprire questa intervista

Da un po’ di tempo al risveglio mi ripeto sistematicamente una frase “Omero era cieco, nessuno poteva vederlo” in cui ritrovo la lezione di Jean Cocteau. Un poeta dovrebbe essere invisibile, guardare oltre il proprio sguardo. Perché in un certo senso farsi cieco è farsi parola.
Direi, ogni uomo che è veramente un poeta tenta in qualche modo di uccidere il poeta che c’è in lui e deve assolutamente ucciderlo se vuole che esista una poesia veggente, una poesia che ci apra gli occhi su ciò che non possiamo ancora vedere, che renda reale la realtà. La scrittura come la magia non crea ma invoca. I veri maghi sono quelli che fanno riapparire qualcosa che è sempre stato dinanzi a noi, che non si è mai mosso, ma che per svariati motivi non riuscivamo a vedere. I veri maghi sono quelli che ti dicono: “Ecco, lo vedi il sole, ora te lo faccio riapparire”.

L’ ultima partecipazione al Festival Internazionale della Poesia di Genova fu nel giugno 2019, una stagione storica differente rispetto all’attuale e per tale ragione ti domando: quale suono, immagine, parola, poi divenuto ricordo, associ all’edizione ?

Quella dei festival è un’esperienza che ci può arricchire o impoverire umanamente. Tutto sta nell’incontro. A dire il vero, non ho mai cercato la poesia in un festival. La poesia è nell’essere scrittura e libro. Nei festival di poesia s’incontra la voce. La voce del corpo della poesia. Questa voce può confermare il nostro amore o smentirlo, è come se davanti al poeta la poesia stessa potesse ritrarsi, quando le due cose non coincidessero. Ho bei ricordi dell’edizione del festival di Genova a cui ho partecipato, è stato un modo per ritrovare alcuni amici che incontravo per la prima volta come Lucetta Frisa, Marco Ercolani, Luciano Neri, e soprattutto ho ritrovato il mare.
E mi vengono in mente le parole dello scultore Giacinto Cerone che dinanzi al mare mi ripeteva: “Davanti a questa immensità come puoi pensare di essere qualcuno o qualcosa”.

La situazione epidemica legata al Covid-19 ci ha reso al contempo ascoltatori e protagonisti; l’osservazione partecipata alle nostre sorti, l’accettazione di ciò che è divenuto il nostro nuovo spazio quotidiano e la costruzione di una nuova vita, a partire da ciò che è accaduto e non si è ancora del tutto configurato. In questa nuova visione penso al concetto di spazio: fisico, temporale, emotivo.
Dal tuo punto di vista, con quale modalità possiamo accostarci alla parola? 

Come bambini, come analfabeti. Per un analfabeta la parola nasce sempre la prima volta. Solo spogliando il nostro sapere dal sapere di sapere, da tutte quelle convinzioni che lo rendono morto. Ponendo l’orecchio di nuovo sul suono, sulla voce, sulla musica, su una parola non ancora sterilizzata, fino al silenzio.
Ogni poesia in qualche modo è un’interrogazione che promette il silenzio. O meglio, la sola promessa che una poesia può mantenere è quella del silenzio.
Sì, bisognerebbe accostarsi alla parola come un neonato al capezzolo della madre che succhia, succhia fino al midollo osseo della vita.

Correlandoci al suono della parola… possiamo udirla? In qualche modo mi sovviene il tuo concetto «soltanto la parola che ascolta può parlare»

Sai, è molto semplice la questione, come un sordo non può parlare così accade alla parola. Prima di pronunciarsi ha dovuto ascoltare qualcosa che non conosceva, l’inaudito che sta nelle cose.
Ma per arrivare a questo, prima di tutto, il faut destituire la lingua. Un compito arduo in questa epoca dove la chiacchiera impesta a destra e a manca, a discapito della voce.
Come dicevo, può risultare difficile, ma grazie a questa deposizione della lingua – nel senso di deporre la parola dalla croce della lingua – la parola risorge, proprio nel punto in cui avevamo visto bruciare tutte le speranze. Una sola parola, tenace più di tutte le altre. Una parola a malapena udibile, sprofondata nel sangue, che ci rifiuta e all’improvviso ci avvolge, che scolpisce il silenzio.
Una parola che ci ignora a tal punto da dimenticare chi l’ha pronunciata. Una parola che non si rivolge che a se stessa.

In un ciclostile dedicato all’acqua, apparso nella collana Fotocopie della libreria Modo Infoshop, distante tre anni dal tuo ultimo libro Per diverse ragioni (Passigli, 2017) tratti del rapporto con la vita, la morte, la possibilità, ne affronti le conseguenze, il «gettarsi nel niente» quando «le parole non sono mai il fine. Qualche cosa galleggia. Qualche cosa affonda»; cosa ti ha spinto a condividere con il lettore questa riflessione, lucida, attraverso un percorso a tratti sott’acqua?

A Paestum esiste una tomba, conosciuta come Tomba del Tuffatore. Sulla lastra di copertura è raffigurato un uomo nudo, sospeso in aria, che si tuffa in uno specchio d’acqua. Si tuffa per raggiungere la voce non ancora voce, la voce prima del corpo. Ogni poesia è l’iscrizione del tuffo nella parola. È trattenere il respiro fino alla morte.                                                                                                                                                                                                                                                                             Per ritornare alla tua domanda. Le mie poesie nascono accanto a queste riflessioni sotto forma di diario di corrispondenza. L’immagine che mi rappresenta è quella di uno scultore che scolpisce e che oltre alla scultura decide di mostrare gli scarti, le schegge, i frammenti, la polvere tutto ciò che di solito viene raccolto e buttato via. Questo per dire che spesso le cose che ci formano sono proprio quelle che non riteniamo importanti, le più insignificanti. Sono loro che a nostra insaputa incidono l’anima.

Il processo di creazione accomuna tutti gli artisti sebbene sia a tratti fase inconsapevole; il viaggio rappresenta per molti, fonte concreta d’ispirazione e rinnovamento. In questo momento di “fermo” come si può rinnovare l’ispirazione?

In realtà non stiamo mai fermi, anzi in un periodo di stasi come questo, senza saperlo e senza volerlo, compiamo viaggi abissali dentro di noi che al cospetto un viaggio in un’isola sperduta nel Pacifico sembra una passeggiata.                             Non esiste ispirazione senza espirazione, è una questione di vocali e di respiro. Se vuoi, l’ispirazione viene dall’esterno da ciò che conosciamo (è un fenomeno che potremmo dire attivo) mentre l’espirazione scaturisce da dentro di noi, dalla nostra parte oscura e ignota (è un fenomeno passivo). E poi esiste l’aspirazione, ancora un’altra vocale in gioco e un altro respiro, che sarebbe il tentativo di legare l’espirazione all’ispirazione. La poesia è una sorta di matrimonio tra il cosciente e l’incosciente. Per rinnovare l’ispirazione è necessario questo dialogo tra dentro e fuori.

Per ciascun poeta vi sono stati punti di riferimento; durante il percorso, tuttavia, alcune di queste voci si sono consolidate, mentre altre hanno lasciato il posto a poetiche anche distanti dalla propria, le quali però, Per diverse ragioni , sono riuscite a imporsi. Quale voce poetica senti maggiormente vicina in questo momento?

Il cammino di ogni uomo è costellato da incontri con l’altro. Dipendiamo completamente dagli altri. Sono tante le stelle che continuano a brillare nel buco del mio firmamento poetico e che non smetto di fissare: la stella di Rimbaud, di Alexandr Blok, Marina Cvetaeva, Benjamin Fondane, Paul Celan, Thomas Bernhard, Clarice Lispector. Oggi la voce che sento più vicina è quella degli Oracoli caldaici. Per me sono la prova schiacciante che l’impossibile è una dichiarazione d’amore fatta dalla voce alla parola, la più impossibile delle possibilità.

Collegandoci alla tua attività lavorativa presso la Galerie Bordas a Venezia ti chiedo quale opera d’arte sceglieresti per rappresentare la particolarità di questo momento storico

Credo di non aver mai scritto un verso senza tener presente davanti a me un’opera di un artista o un altro. È una sorta di finestra da cui sporgersi per respirare. La chance che ho di vivere parte della mia vita in una galleria d’arte come quella di Hervé Bordas è impagabile. Poter intravedere nelle opere il gesto dell’artista fino a scorgerne quasi la mano è edificante. Non bisogna dimenticare che osservare un quadro è instaurare un dialogo. Ora ritornando alla tua domanda, l’opera d’arte che a mio avviso rappresenterebbe questo momento è “Il cane” di Giacometti. E “ho detto tutto” come direbbe il principe Antonio de Curtis. Cioè niente. In quella scultura ci sono i nostri passi, il respiro delle nostre solitudini.

Vuoi anticiparci in merito ai tuoi progetti prossimi?

Poiché non ci si bagna mai due volte nello stesso libro, e non si può leggere due volte una frase nel medesimo stato, in questi giorni ho ripreso in mano “Mal d’acqua” il ciclostile di cui parlavi, per un’edizione nuova e ampliata che dovrebbe uscire prossimamente in un libro per una casa editrice a me cara, le Edizioni degli Animali.                                                                                                                                                                                                                                                                                              Mentre per le edizioni “Prova d’Artista” della Galerie Bordas ho tradotto le lettere che Antonin Artaud scrisse all’editore Pierre Bordas per la pubblicazione del suo Artaud le Mômo. Il libro andrà in stampa in questi giorni e sarà accompagnato da alcune grafiche originali, fuori testo, di un’artista che stimo moltissimo, Nicola Samorì, del quale ti consiglio una mostra, la prima antologica dell’artista, che verrà inaugurata l’8 aprile a Bologna, nelle sale di Palazzo Fava.                                                Il lavorio di traduzione mi sta molto a cuore perché permette di allontanarmi da quella parte di vita, troppo presente, troppo invadente. È un viaggio a rebours verso la propria lingua – l’apprendistato di un linguaggio nuovo. A volte rimango mesi, anni senza scrivere poesie. È terribile, ma in fin dei conti fa parte della mia natura. Tra una parola e l’altra spesso scorrono secoli. E scrivere non è altro che affrontare questo viaggio, mettersi in cammino. Tutti i poeti si mettono in cammino il 20 gennaio. Una data che è inscritta nel Dna della parola.

Abbiamo aperto l’intervista con una frase; se volessimo lasciare parlare la parola come significante e come significato, cosa ci direbbe oggi?

Oggi, non ci direbbe niente.

Grazie Domenico


Nota biografica:

Domenico Brancale è uno scrittore nato In Basilicata. Tra i suoi libri ricordiamo: L’ossario del sole (2007), incerti umani (2013), Per diverse ragioni (2017) e Scannaciucce (2019) che raccoglie tutti i suoi testi in dialetto lucano. Ha tradotto alcuni autori come Cioran, John Giorno, Michaux, Claude Royet-Journoud, Giacinto Scelsi. È uno dei curatori della collana di poesia straniera “Le Meteore” per Ibis e “Prova d’Artista” per la Galerie Bordas. Il suo lavoro sulla voce e sullo spazio ha prodotto le azioni: Questa deposizione rischiara la tua assenza (Galleria Gasparelli, Fano 2009), un sempre cominciamento (galerie hus, Paris 2012), Nei miei polmoni c’è l’attesa (Galleria Michela Rizzo, Venezia 2013), incerti umani (Galleria de’ Foscherari, Bologna 2013), incerti umani (Festival Città delle 100 scale, Potenza 2013), Se bastasse l’oblio (MAC, Lissone 2014), Langue brûlé (Palais de Tokyo, Paris 2014), Scannaciucce – una lode dell’Asino (Matera 2019).