Intervista a Gio Evan, scrittore, poeta, cantautore italiano
«Ringrazia a tatto» (Gio Evan, Doppi sensi, Non perdermi sul serio, Rizzoli, 2023, p.11).
Quindici anni fa il Florilegio passato raccoglieva in versi il viaggio in India e l’idea dell’autoproduzione e divulgazione on the road della tua opera. Com’è cambiato, in questi anni, il rapportarti alle opere che crei e l’approccio alla pubblicazione?
Il bello della scrittura è rappresentato dal fatto che più la utilizzi e la pratichi, più matura e quindi riesci ad avere una relazione intima con lei, come se fosse la tua sposa, una compagna di viaggio, un matrimonio; più la frequenti, più conosci le sue movenze. È accaduto che siamo maturati entrambi, riusciamo a ottenere un risultato maggiore anche scrivendo meno; se ai tempi del Florilegio passato o ai tempi delle prime scritture utilizzavo molto istinto giovane, quel fuoco che non ti consente di dormire, adesso l’approccio è sereno e rilassato perché conosci bene lo strumento, lo utilizzi come un buon compagno e quindi va da sé. Se prima a sedici, diciassette, diciotto anni scrivevo, adesso è la scrittura che mi viene a svegliare e mi dice “ho bisogno di essere vissuta da te” e quindi mi metto al servizio della scrittura e non viceversa.
Il viaggio e l’ ”essere” viaggiatori: come ci si ritrova?
Penso ci si nasca e che si inizi a viaggiare; il viaggio deriva da viatĭcum e riguarda il cammino, quindi il viaggio non è altro che il guardare attentamente dove metti i piedi; viaggiatori lo si diventa quando si nasce, penso tutti nasciamo con il gene del movimento, della scoperta e della distanza e bisogna accettare di essere viaggiatori: quando accetti che puoi anche essere ramo e non solo radice, allora puoi dedicarti al viaggio e battezzarti ‘viaggiatore’.
Come “muta” la parola nella poesia, nella narrativa e nella musica?
Le parole sono per me dei maestri spirituali, delle guide, quando anni fa dicevo l’innamoramento vuol dire inno-amor-rammento: ricordarsi l’inno, la musica sacra che si ha dentro; le parole vogliono questo, noi mutiamo, quando ci facciamo muti non vediamo il mutamento dietro una parola, quando invece parliamo e quindi usiamo la voce e chiediamo: “parola cosa vuoi significare?”. C’è altro nella parola innamoramento? Allora ti si svelano.
Nel 2023 vi sarà la seconda edizione di Evanland (Festival Internazionale del mondo interiore). Quale spazio nella società viene lasciato al sentire e al gioco?
Poco o niente dato che questa società non sta puntando sul gioco come istruzione; nelle scuole non si gioca, a lavoro non si gioca, nelle grandi aziende stanno iniziando a ‘fare’ dei giochi, ma Evenland nasce per trovare spazi nel mondo, nella società, ritagliare lo spazio e il tempo per far giocare l’uomo che è l’unico animale che smette di giocare e ciò non è sintomo di salute. Bisogna andare a guarire tanti aspetti dell’anima. Io chiamo Evenland la terza pace mondiale, laddove c’è la pace, l’allegria, il gioco, la musica, l’arte, la respirazione consapevole (altrettanto fondamentale). Evenland è uno spazio in cui poter essere fragili senza doversi mettere per forza al sicuro.
Come si cambia la “microvita”?
Si cambia praticando i dettagli del mondo, dobbiamo affezionarci ai dettagli, non siamo educati a ciò e tutta la società anche i genitori, le scuole, ci educano al grande, a studiare le grandezze, ma io domando: perché studiare per forza il Taj Mahal o il Colosseo? Perché non studiare un vicolo di Roma? Bisogna essere educati anche ai vicoli, alle piccole vie. Bisogna innamorarsi di questi dettagli e quando inizi a frequentarli ovvero a vibrare con le loro frequenze, quando inizi a trovare i tuoi agi lì dentro, allora puoi manomettere la grandezza e occuparti della microvita, occuparti delle piccole cose.
L’intervista è stata realizzata il 3 Maggio per La Feltrinelli Genova in occasione della presentazione de “Non perdermi sul serio”
Nota biografica
Gio Evan, pseudonimo di Giovanni Giancaspro (Molfetta, 21 aprile 1988), è uno scrittore, poeta e cantautore italiano.
