Poesia e Voce

Nasce a Genova (1982), è specializzata nei settori risorse umane e comunicazione. Del 2020 è la sua silloge d’esordio Nero fittizio (Puntoacapo Editrice), firma interviste, recensioni ed è poetessa italiana selezionata per il progetto europeo di poesia Versopolis (Programma Creative Europe dell’Unione Europea). È stata ospite di festival nazionali e internazionali, le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue.
“Laura Capra is a unique voice among the new generation of emerging Italian poets. Militantly adverse to anything that reeks of compromise, she condenses the truth and nothing but the truth in adamantine, recalcitrant and refractory poems that defy the comfort of easy aesthetical satisfaction. Her debut Nero fittizio (Fictitious Black, Puntocapo 2020) offers an impressive collection of strikingly effective poetry, which dares to be as harsh and as hermetic as reality. It’s rare and thrilling to see the paradoxes and ambiguities of our existence in the modern world undressed to their bare bones and laid out for us with such loving cruelty.” Ilja Leonard Pfeijffer
FOUND IN TRANSLATION literary festival – Laura Capra 02′.08″: https://youtu.be/ywNR0KiZnHg
INTERNATIONAL FESTIVAL OF POETRY “EUROPE IN VERSES”: https://www.youtube.com/watch?v=q-_b3w9fp_8
“Sono diverse le ragioni che possono dar contezza dell’originalità della voce poetica di Laura Capra. A riassumere le più evidenti, mi sembra opportuno sottolineare la qualità felicemente “liminare” della parola che abita “Nero fittizio” (puntoacapo Editrice, 2020), la raccolta d’esordio, a lungo meditata, della poetessa genovese. Liminare, si badi, in un senso perlomeno duplice: poiché quella della Capra è una parola imbevuta di pensiero poetante, che si muove con inquieta ma calibrata andatura – senza nessuno degli sbandi stilistici tipici dell’esordiente, per intenderci – in un sdrucciolevole territorio mentale sensibilmente compresso tra la realtà “esterna” (il mondo di fuori, la natura naturata con tutte le sue immagini-segno e le sue immagini-feticcio, piene di sentire memore) e una realtà “interna” che ha già sussunto l’altra, per così dire, distillandone per via poetica il succo concettuale che la vira verso la sua essenza. La poesia di Laura Capra non è né lirica né antilirica, né oggettuale né sperimentale, né ermetica per partito preso né, tantomeno, bramosa di simpatia e consenso facile: “poco incline” al compromesso retorico, del tutto antipetrarchista, vive in un suo “mezzo”, o meglio in un suo inter-mondo di mezzo, nel quale la percettività trasognata dell’io lirico sa sposarsi fin da subito, con intelligenza, con il limite (storicamente opportuno, oltre che psicologicamente rilevante) della vocazione al disincanto. Poesia energetica e dickinsonianamente verticale, quella della Capra è mossa da un coraggioso gradiente di trepidazione metafisica che la ancora, senza tentennamenti, al Polo Nord della visione: la metafora.“ Massimo Morasso
“[…] A distinguishable poetic voice, short and rhythmic verses; the writing dense, calibrated in its power, it is internal, but at the same time open to the outside […]; it is multifaceted poetry, non- linear hence obscure yet clear, but in all this breathes a profound freedom […]; the listener is not asked for any softening, not even when passion, independence and death are confronted. An essential yet completely full structure, keeps the reader forcefully tied to the images and gestures[…]. […] the elsewhere, that is also the present time, that which appears in life but which is not given, but conquered, because it is not asked for, nor even obliged, represents the trait tied to the resistance in which the searching that is the basis of poetics, of that which wants to be attained, lived, and always guarded as the matrix of existence […] the attention to detail, the bold phrasing, the passionate writing, the lucid sense of not belonging which different thinking, that is at the same time a constant dialogue […]. “Martino Federico
Nero fittizio
È un libro che non parla di una relazione. Narra la scelta, la libertà: di un atto, di una visione, dell’identità sessuale e umana, dell’indipendenza, ci si sottrae al determinato e si prosegue nel tragitto; si giunge alla “veduta” e si può osservare tutto ciò che si è raggiunto indipendentemente da ciò che viene dato come determinato. il Nero “fittizio” è ermetico poiché portatore di più visioni: non vi è un’imposizione, è il lettore a scegliere la propria verità.
“Piantavo semi di papavero” apre la raccolta: si piantano “semi” di papavero, il papavero è un fiore che non può essere piantato; è la scelta ad essere piantata, la presenza e piantando si avvertono i passanti della nostra presenza, questi “passanti che in involucri percorrevano la balaustra” ovvero assenti, avulsi da ciò che sta accadendo attorno a loro, rassegnati. Si pianta indipendentemente da e nonostante. Il rosso del papavero riacquista la simbologia di potere assoluto sul valore dei propri atti. Il grido incantato e sillabico è il suono del treno mentre passa e lascia i binari. Vi sono due persone che si confrontano con il limite, imposto e autoimposto, ma anche con la soglia, il valico: “eri il valico del limite sospeso”.
Nel dialogo tentano di manifestarsi e di non rifiutare ciò che sentono di essere, di far sentire la propria voce, proseguire oltre a ciò che gli viene dato come determinato.
Sulla strada, la vista sui km intrapresi e su quelli raggiunti, si pianta la presenza e si prosegue nel tragitto.
