Intervista a Giulio Casale, musicista, attore e scrittore per la rubrica “Scenari Artistici – Interviste” ai Protagonisti dell’arte e della cultura
«Resto io»
Da Resto io, traccia conclusiva dell’album Inexorable (G. Casale, Vrec Music Label, 2019) Scenari artistici – Interviste, si apre oggi a Giulio Casale, musicista, attore e scrittore
Giulio, considerando la lunga intervista, il flusso di parole che la compone nonché il momento storico, la priorità alle più importanti: come stai?
Sto come un uomo antico, che ha comunque sempre sognato un’avanguardia gentile, con nessun’altra scelta odierna se non proprio quella di essere “fuori dal tempo”. Sto sorridente insomma, pur se spaesato da un pezzo, o addirittura dall’inizio.
Vorrei lasciare a te la scelta di una frase per aprire questa intervista
Potrei magari lasciare qui il mio motto giovanile, quello che affissi nella mia cameretta adolescenziale: non c’è bisogno di sperare per intraprendere, non c’è bisogno di riuscire per perseverare. È troppo? (ride) A me pare che… Ognuno scava nel suo buio, o almeno dovrebbe, per trarne un qualche tipo di luce, fosse anche provvisoria, a prescindere da ogni riconoscimento.
La tua ultima partecipazione al Festival Internazionale di Poesia di Genova fu nel giugno 2017, una stagione storica differente rispetto all’attuale: quale suono, immagine, parola, poi divenuto ricordo, associ all’edizione?
Il chiostro di Palazzo Ducale quella sera me lo ricordo a colpi di fulmini colorati, variopinti, quasi prismatici. Ho sempre adorato l’idea stessa del Festival della Poesia, pur non definendomi a mia volta poeta, anche perché avrò sempre un debito enorme nei confronti dei veri poeti…
La metamorfosi è parte incessante della vita ed è concetto al quale sei solito rivolgerti
Sì… perché in effetti… per esempio non ho mai capito chi si professa “coerente”, monolitico, sempre uguale a se stesso. Coerenza per me è semmai assecondare la propria continua evoluzione, provocandola anche (questa evoluzione), non smettere di cercare e di cercarsi, non smettere la ricerca tout-court: è chiaro che un qualche tipo di cambiamento e di novità a quel punto segue di necessità, ogni volta, direi… non ho mai fatto un disco uguale a un altro, non mi pare di essermi
ripetuto in alcun modo, neanche a livello formale, stilistico, al contrario mi sono sempre posto nuovi obiettivi sia estetici che contenutistici… poi certo: per fortuna resto io…
« […] il canto non si apre, non si apre / non si / Apre / Non a me » (Estra, Non canto, Metamorfosi, 1996). Come sentire l’armonia nell’oggi?
Non saprei davvero, stando all’evoluzione sociale, politica ed economica, stando al circostante intendo. Per fortuna crescendo si fa più attenzione all’interiore, a ciò che accade dentro di noi, prima che alla cronaca o alle isterie collettive, le mode o le chiacchiere, le tendenze… Resta il problema di farne melodia, di questo nostro tempo. Il problema è forse ancora esattamente quello, un quarto di secolo dopo: riuscire a cantare il nostro tempo nonostante il nostro tempo.
Musicista e front – man degli Estra, negli anni novanta scrivi ciò che diverrà la raccolta di poesie sullo Zero (Papergraf, 2000). Come muta il tuo percorso a valle della pubblicazione?
Non lo so. Può darsi che io faccia talmente poco parte dello show-business (anche editoriale) che per me non c’è differenza, l’importante avviene prima della pubblicazione, dopo è solo sputtanamento (ride)… Accettare lo sputtanamento (cioè per me: ogni pubblicazione) è forse il tratto più libertino di ogni artista, che per il resto, a quanto vedo anche nei colleghi che stimo, tende di solito a la riservatezza, quasi al silenzio direi. A me accade tanto. E ad ogni modo pubblico pochissimo, per scelta, forse arrivo a pubblicare il 10% di ciò che scrivo, ma forse, forse è molto meno. L’edizione più bella di sullo Zero è comunque quella del 2014, e l’ha voluta un piccolo editore di Pontedera: Tagete Edizioni. Tuttavia. Quel libro di poesie è stato molto amato da chi mi segue, così tanto affetto mi ha procurato… e dirò di più: se non avessi cominciato a leggerle in pubblico quelle poesie… anche tutto il teatro che ho fatto in seguito forse non ci sarebbe stato.
Il teatro canzone: sei giunto alla duecentesima replica di Polli d’allevamento (G. Gaber, S. Luporini, 1978), affermasti: «l’obiettivo era dare corpo, cercare di farlo rivivere sul palco, non interpretarlo […] ». Cosa significa “dare corpo” a quest’opera nell’oggi?
Una fatica immane (ride)… Una vera prova d’attore… Nel senso che ne esci provato, stremato… Far fare a Gaber (alla sua maschera teatrale) ciò che non ha mai fatto sopra un palco ma che coerentemente potrebbe agire, a partire sempre dal suo corpo, dalle sue intenzioni originarie, per due ore filate ogni sera… Non se ne esce vivi… Ma non c’è altro modo: devi partire da lì, dalla sua stessa regia, altrimenti anche il testo magnifico perderà drammaticamente di significato…
Fernanda Pivano; l’attività culturale, gli scrittori e poeti tradotti, la riconoscenza degli stessi, tra i molti, Ernest M. Hemingway e Jack Kerouac. Mi correlo al tuo spettacolo La canzone di Nanda (G. Casale, G. Vacis, 2009), affermasti: «Nanda è per me il simbolo di tutto quello che oggi pare perdente, sconfitto una volta per tutte». Oggi, quale attenzione riserva il settore dell’editoria alle opere dotate di voce distinguibile?
Mi pare nessuna attenzione o quasi. L’industria culturale è sempre più vittima di se stessa, e della sua necessità (sacrosanta magari) di aumentare il fatturato. È persuasa di conoscere persino la ricetta… Ogni tanto però le accade un miracolo, nonostante se stessa, intendo proprio una svista: qualcosa le sfugge di mano, e scopriamo tutti un nuovo poeta, o un vero narratore, e dobbiamo esser grati a certi buchi nella rete, a certa imprevedibilità rara e stupenda, e non certo al “sistema” così com’è.
« […] L’ambito della norma non ti era più sufficiente; non potevi più vivere nell’ambito della norma; e così sei dovuto entrare nell’ambito della lotta» (M. Houellebecq, Estensione del dominio della lotta, Bompiani, 2000). Come descrivere lo stare nell’ambito della lotta?
So bene come lo definirebbe Houellebecq… Siamo nel mercato del resto, no? Tutti in vendita e tutti obbligati ad acquistare. E il peggio è che non si vede un’alternativa. Quasi nessuno se la immagina neanche più… Eccoci qui: tutti nella lotta, tutti a sgomitare per niente, o giusto per un pezzo necessario di pane… Ma a che prezzo, appunto. Anche la salute, e la salute mentale, può risentirne non poco. Una volta accertata “la lotta” è tremendamente arduo restare in equilibrio, e non perdere la dolcezza, ad esempio. Anch’io non garantisco… (sorride)
Mi collego al tuo album Dalla parte del torto (riferimento a Bertolt Brecht e Claudio Lolli): «Mi sono seduto dalla parte del torto / perché ogni altro posto era occupato / Guardavo chi spreme la vita / ridere forte di ogni mia ferita» (La Mistificazione, Novunque, 2012). Essere dalla parte del torto nell’oggi, è come allora?
La fatica credo sia la stessa, in ogni epoca. Certo oggi non si vedono campi di concentramento (almeno qui ad ovest), ma ci sono modi molto più sottili di escludere e di celare, discriminare. Se quasi tutto nell’informazione e nell’offerta culturale mainstream è mistificato e mistificante non resta che testimoniare l’altro e l’altrove che qui, senza nemmeno più orgoglio né tantomeno presunzione, anzi: con la coscienza di frequentarlo comunque l’inferno, di farne piena parte di questo che è l’unico inferno possibile (questo, questo qui intorno, vedi?). E semmai accompagnando il tutto con il sorriso del candore e dello stupore, ecco, tutte le volte che ti sia appena possibile.
Indossando gli occhiali LV ora (W. F. Gibson, Virtual Light, Viking Press, 1993), quale scenario vedi dinnanzi a te?
La Città del Sole. Ecco.
Vuoi anticiparci qualcosa in merito ai tuoi progetti prossimi?
Sto già realizzando degli inediti su un portale chiamato Patreon. Potete trovarmi lì, sempre al lavoro. È una sfida molto eccitante, fuori da ogni logica commerciale. Sto scrivendo molto in effetti, avrei voglia di tornare a lavorare anche con la band, con gli Estra, mi pare che l’epoca tremenda che stiamo attraversando meriti risposte adeguatamente forti, d’impatto… la cultura regressiva tutt’attorno, mio dio, forse è tempo di ribellarsi, di nuovo. No?
Abbiamo aperto l’intervista con una frase; se volessimo lasciare parlare la parola come significante e come significato, cosa ci direbbe oggi?
Smettetela di logorarci?
Grazie Giulio
Foto: Lorenzo De Leonardis2