Intervista a Stefano Nazzi, giornalista e autore – Il volto del male
«Io lo sapevo, sapevo che l’avrebbe fatto ancora». […] «Lo dicevo da anni, pregavo, quasi imploravo: ”Non dategli la semilibertà”. Ho continuato a ripeterlo: ”Quell’uomo è pericoloso, lo è oggi come allora, come trent’anni fa”. Non mi hanno ascoltato». (Donatella Colasanti su Angelo Izzo, Il volto del male, Mondadori, 2023, p.48)
Il volto del male – storie di efferati assassini, tratta di dieci crimini, dai più noti nell’immaginario collettivo ai dimenticati. Nel dettagliare i casi scegli di raccontare chi erano queste persone prima di commettere il delitto e quale la loro evoluzione. Affermasti: «Qualsiasi azione violenta ha un suo percorso che nasce sempre prima, c’è sempre qualcosa dietro e ci sarà sempre qualcosa dietro»
Sì, perché noi siamo abituati a usare termini quali il raptus omicida che in realtà non esiste secondo gli psichiatri e la psichiatria e quindi qualsiasi azione violenta magari è frutto di qualcosa che accade in quel momento, ma è ovvio che è andata costruendosi nel tempo. Ci sono scienziati che affermano che la cattiveria, il male, la ferocia abbiano origini genetiche. Poi naturalmente il contesto in cui una persona vive, cresce e abita ha un’influenza enorme però c’è un percorso che porta a quell’azione; non esiste una persona che è stata assolutamente tranquilla e serena che improvvisamente ammazza qualcuno.
«Ci è piombato addosso il delitto del Circeo» (Angelo Izzo, p.61). Come definire la percezione dell’assassino in merito ai propri delitti; c’è una conoscenza di sé prima e una presa di coscienza dopo?
Il caso Angelo Izzo è proprio l’esempio di chi ha commesso un delitto feroce, ha scontato trent’ anni in carcere, è uscito e ha ucciso di nuovo altre due donne tra l’altro affermando “ma io pensavo di aver dominato tutto ciò, ero sincero e invece…” quindi c’è proprio la sensazione che lui non abbia avuto nessuna evoluzione. Quando afferma «Ci è piombato addosso il delitto del Circeo» è come se dicesse che per come erano loro fosse inevitabile però non si può parlare di turbe e di malattia psichiatrica per tre ragazzi insieme; è stato proprio l’ambiente in cui vivevano, il superomismo, l’idea di essere superiori e di poter sopraffare chiunque che li ha portati a commettere e nel caso di Izzo, a rifare, dopo trent’anni quello che aveva fatto.
Donatella Colasanti era certa Angelo Izzo avrebbe ucciso ancora
Sì e questa è una storia terribile anche da quel punto di vista perché Donatella Colasanti ha continuato a ripetere «guardate che io l’ho visto in azione, voi non l’avete visto, è cattivo» e lì, si apre tutto un discorso: se una persona è cattiva, lo è per tutta la vita? No, però esistono le persone cattive. Lei ripeteva “non lasciatelo andare perché lo rifà” e purtroppo ha avuto ragione lei.
Ideatore e autore del podcast di successo Indagini; perché raccontare senza sensazionalismi e con oggettività?
Perché ero stufo di trasmissioni e di racconti che usano frasi fatte, dalla “villa dell’orrore all’assassino dagli occhi di ghiaccio” e pensavo che la cronaca nera, ciò che accadeva attorno a noi, fosse raccontato oramai a un livello tale di spettacolarizzazione e di morbosità dall’essere divenuto qualcosa da cui stare lontani, quasi vergognarsi. Invece ci sono grandi giornalisti e scrittori che si sono occupati di ciò, un esempio fra tutti Buzzati; ci può essere un modo diverso di raccontarla e senza morbosità, secondo me c’era lo spazio e i dati ci hanno dato ragione.
«Il male non è spettacolare ma umano, e dorme nel nostro letto e mangia al nostro tavolo» (W. H. Auden, p.3). Affermi: «La frase “perdere la testa” non significa nulla. E il DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, della American Psychiatric Association, tra le 730 psicopatologie che certifica non considera il raptus». Il raptus è parola molto spesso correlata ai casi di cronaca. Come mai dal tuo punto di vista?
Perché è facile, perché spesso non si guarda alla storia di una persona, perché molto nel giornalismo viene fatto con frasi fatte e a volte non è neanche colpa dei giornalisti. E poi, anche perché dire “è stato un raptus” tranquillizza, è come dire, è impazzito e quindi ha commesso quell’atto, a me non potrebbe succedere.
In relazione al ragionevole dubbio affermasti: «il caso del ragionevole dubbio per me esiste sempre». Come intendere il dubbio nella certezza della condanna?
Di tutti i casi di cui io scrivo e racconto in Indagini, c’è sempre qualcosa che alla fine può risultare dubbio, ma questo fa parte forse del mio carattere dopodiché un giudice deve arrivare a una conclusione. La frase “oltre ogni ragionevole dubbio” a volte è un po’ esagerata perché ci sono casi in cui i dubbi restano: perché sono stati fatti errori, perché comunque certe cose non quadrano però la giustizia, il sistema che ci siamo dati, deve in qualche modo arrivare a una conclusione.
L’intervista è stata realizzata il 24 Maggio per La Feltrinelli Genova in occasione della presentazione del libro Il volto del male – Storie di efferati assassini presso LaFeltrinelli librerie Genova
