Intervista a Fausto Brizzi regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e scrittore – Siamo scritti a matita

Intervista a Fausto Brizzi, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e scrittore – Siamo scritti a matita

I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. / Gli altri fanno volume (Ennio Flaiano, Siamo scritti a matita, Longanesi Editore, 2023)

Siamo scritti a matita il nuovo libro. Affermasti: «L’amore scritto a matita e non a penna». Quale epoca stiamo vivendo?
Stiamo vivendo un’ epoca di cui rimarrà pochissimo perché resteranno dei messaggini e magari chiuderanno un’ app e spariranno tutti; per questa ragione ho scritto il romanzo, nel libro c’è un inno alla lettura su carta e al raccontarsi oralmente, come accadeva in passato; la scusa è una malattia, un morbo di Alzheimer che ha cancellato una vita e c’è una persona innamorata che la riracconta forse inventandola.

Il morbo di Alzheimer segue le tematiche trattate nei libri precedenti ovvero la malattia e la depressione. Il ricordo è connaturato seppur in modalità differenti a questi tre temi. Come possiamo rivivere ciò che siamo stati o vivere con ciò che non ricordiamo?  
È ciò che mi terrorizza; scrivo questi libri per esorcizzare una paura che è, da un lato l’ ammalarsi, il non essere più presente a te stesso, essere un peso per le persone che ami e dall’altro, la paura dello scrittore: non essere letto, essere dimenticato. Credo che tutte le persone che scrivono lo facciano per lasciare qualcosa, sono tutti testamenti. Tutti gli scrittori scrivono di se stessi prendendo a prestito dei personaggi, degli scenari, delle storie, ma alla fine tra le righe, anche nel non scritto, stai raccontando di te.

«Quando scrivi libri sei libero, non hai budget, non hai revisioni, non hai problemi, sei da solo nella tua stanza con la tua fantasia […] sei il tuo datore di lavoro». Sei regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e scrittore; come “muta” la parola nel cinema e nella scrittura?
Il regista ha tanti vincoli, lo scrittore non ne ha se non scrivere un romanzo di una lunghezza ragionevole però è libero dal punto di vista del budget, gli manca un’unica cosa: il contatto con lo spettatore. Posso andare al cinema a vedere un film e capire se il pubblico si sta emozionando, osservarli in qualche misura, nel romanzo no. Mi piacerebbe andare a casa delle persone e domandare: “A che pagina sei? Come sta andando?” (sorride, ndr)

In “Siamo scritti a matita” il libraio consiglia al lettore una lista di libri fondamentali; proprio oggi, quale libro ti sentiresti di consigliare al tuo lettore? Il numero uno della tua lista.
Oggi probabilmente Il ciclo della fondazione di Isaac Asimov perché credo dovrebbero leggerlo anche i non amanti della fantascienza; qui in libreria si trovano degli splendidi volumi che li raccolgono tutti, sono giganti e non manovrabili in spiaggia, ma da custodire a casa.

In relazione alle piattaforme affermasti «io adoro i finali e nelle serie i finali non arrivano mai». Quale il tuo punto di vista su questa tendenza verso le serie? 
La tendenza verso la narrazione c’è sempre stata basti pensare agli sceneggiati tv e sono sempre stati considerati un prodotto di serie B rispetto al cinema che rappresentava la serie A; adesso si è invertita la tendenza ovvero è di tendenza la serie televisiva. La gente domanda che serie stai guardando e non che film hai visto al cinema. Quando si accorgeranno che manca qualcosa alle serie si invertirà la tendenza perché il finale manca; è il finale che ti fa decidere se ti è piaciuta la storia o meno, come nella vita: il conto è il finale. Le storie d’amore sono tutte belle all’inizio, ma come finiscono? Alcune finiscono bene comunque anche se sono finite, altre finiscono malissimo e per la stessa ragione conta il finale nei film. Cosa sarebbe Titanic se l’iceberg non arrivasse mai? Se continuassero questa crociera serenamente sapendo che prima o poi arriverà un’iceberg però decidiamo di raccontarla comunque tutta, fine della prima stagione i primi cinque giorni di navigazione e poi vediamo. No, è infattibile. (sorride, ndr).


L’intervista è stata realizzata il 22 Maggio per La Feltrinelli Genova in occasione della presentazione del libro Siamo scritti a matita presso LaFeltrinelli librerie Genova

Intervista a Stefano Nazzi giornalista e autore – Il volto del male

Intervista a Stefano Nazzi, giornalista e autore – Il volto del male

«Io lo sapevo, sapevo che l’avrebbe fatto ancora». […] «Lo dicevo da anni, pregavo, quasi imploravo: ”Non dategli la semilibertà”. Ho continuato a ripeterlo: ”Quell’uomo è pericoloso, lo è oggi come allora, come trent’anni fa”. Non mi hanno ascoltato». (Donatella Colasanti su Angelo Izzo, Il volto del male, Mondadori, 2023, p.48)

Il volto del male – storie di efferati assassini, tratta di dieci crimini, dai più noti nell’immaginario collettivo ai dimenticati. Nel dettagliare i casi scegli di raccontare chi erano queste persone prima di commettere il delitto e quale la loro evoluzione. Affermasti: «Qualsiasi azione violenta ha un suo percorso che nasce sempre prima, c’è sempre qualcosa dietro e ci sarà sempre qualcosa dietro»
Sì, perché noi siamo abituati a usare termini quali il raptus omicida che in realtà non esiste secondo gli psichiatri e la psichiatria e quindi qualsiasi azione violenta magari è frutto di qualcosa che accade in quel momento, ma è ovvio che è andata costruendosi nel tempo. Ci sono scienziati che affermano che la cattiveria, il male, la ferocia abbiano origini genetiche. Poi naturalmente il contesto in cui una persona vive, cresce e abita ha un’influenza enorme però c’è un percorso che porta a quell’azione; non esiste una persona che è stata assolutamente tranquilla e serena che improvvisamente ammazza qualcuno.

«Ci è piombato addosso il delitto del Circeo» (Angelo Izzo, p.61). Come definire la percezione dell’assassino in merito ai propri delitti; c’è una conoscenza di sé prima e una presa di coscienza dopo?
Il caso Angelo Izzo è proprio l’esempio di chi ha commesso un delitto feroce, ha scontato trent’ anni in carcere, è uscito e ha ucciso di nuovo altre due donne tra l’altro affermando “ma io pensavo di aver dominato tutto ciò, ero sincero e invece…” quindi c’è proprio la sensazione che lui non abbia avuto nessuna evoluzione. Quando afferma «Ci è piombato addosso il delitto del Circeo» è come se dicesse che per come erano loro fosse inevitabile però non si può parlare di turbe e di malattia psichiatrica per tre ragazzi insieme; è stato proprio l’ambiente in cui vivevano, il superomismo, l’idea di essere superiori e di poter sopraffare chiunque che li ha portati a commettere e nel caso di Izzo, a rifare, dopo trent’anni quello che aveva fatto.

Donatella Colasanti era certa Angelo Izzo avrebbe ucciso ancora
Sì e questa è una storia terribile anche da quel punto di vista perché Donatella Colasanti ha continuato a ripetere «guardate che io l’ho visto in azione, voi non l’avete visto, è cattivo» e lì, si apre tutto un discorso: se una persona è cattiva, lo è per tutta la vita? No, però esistono le persone cattive. Lei ripeteva “non lasciatelo andare perché lo rifà” e purtroppo ha avuto ragione lei.

Ideatore e autore del podcast di successo Indagini; perché raccontare senza sensazionalismi e con oggettività? 
Perché ero stufo di trasmissioni e di racconti che usano frasi fatte, dalla “villa dell’orrore all’assassino dagli occhi di ghiaccio” e pensavo che la cronaca nera, ciò che accadeva attorno a noi, fosse raccontato oramai a un livello tale di spettacolarizzazione e di morbosità dall’essere divenuto qualcosa da cui stare lontani, quasi vergognarsi. Invece ci sono grandi giornalisti e scrittori che si sono occupati di ciò, un esempio fra tutti Buzzati; ci può essere un modo diverso di raccontarla e senza morbosità, secondo me c’era lo spazio e i dati ci hanno dato ragione.

«Il male non è spettacolare ma umano, e dorme nel nostro letto e mangia al nostro tavolo» (W. H. Auden, p.3). Affermi: «La frase “perdere la testa” non significa nulla. E il DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, della American Psychiatric Association, tra le 730 psicopatologie che certifica non considera il raptus». Il raptus è parola molto spesso correlata ai casi di cronaca. Come mai dal tuo punto di vista?
Perché è facile, perché spesso non si guarda alla storia di una persona, perché molto nel giornalismo viene fatto con frasi fatte e a volte non è neanche colpa dei giornalisti. E poi, anche perché dire “è stato un raptus” tranquillizza, è come dire, è impazzito e quindi ha commesso quell’atto, a me non potrebbe succedere.

In relazione al ragionevole dubbio affermasti: «il caso del ragionevole dubbio per me esiste sempre». Come intendere il dubbio nella certezza della condanna?
Di tutti i casi di cui io scrivo e racconto in Indagini, c’è sempre qualcosa che alla fine può risultare dubbio, ma questo fa parte forse del mio carattere dopodiché un giudice deve arrivare a una conclusione. La frase “oltre ogni ragionevole dubbio” a volte è un po’ esagerata perché ci sono casi in cui i dubbi restano: perché sono stati fatti errori, perché comunque certe cose non quadrano però la giustizia, il sistema che ci siamo dati, deve in qualche modo arrivare a una conclusione.


L’intervista è stata realizzata il 24 Maggio per La Feltrinelli Genova in occasione della presentazione del libro Il volto del male – Storie di efferati assassini presso LaFeltrinelli librerie Genova

Intervista a Giulio Casale, musicista, attore e scrittore

Intervista a Giulio Casale, musicista, attore e scrittore per la rubrica “Scenari Artistici – Interviste” ai Protagonisti dell’arte e della cultura

«Resto io»

Da Resto io, traccia conclusiva dell’album Inexorable (G. Casale, Vrec Music Label, 2019) Scenari artistici – Interviste, si apre oggi a Giulio Casale, musicista, attore e scrittore

Giulio, considerando la lunga intervista, il flusso di parole che la compone nonché il momento storico, la priorità alle più importanti: come stai?
Sto come un uomo antico, che ha comunque sempre sognato un’avanguardia gentile, con nessun’altra scelta odierna se non proprio quella di essere “fuori dal tempo”. Sto sorridente insomma, pur se spaesato da un pezzo, o addirittura dall’inizio.

Vorrei lasciare a te la scelta di una frase per aprire questa intervista
Potrei magari lasciare qui il mio motto giovanile, quello che affissi nella mia cameretta adolescenziale: non c’è bisogno di sperare per intraprendere, non c’è bisogno di riuscire per perseverare. È troppo? (ride) A me pare che… Ognuno scava nel suo buio, o almeno dovrebbe, per trarne un qualche tipo di luce, fosse anche provvisoria, a prescindere da ogni riconoscimento.

La tua ultima partecipazione al Festival Internazionale di Poesia di Genova fu nel giugno 2017, una stagione storica differente rispetto all’attuale: quale suono, immagine, parola, poi divenuto ricordo, associ all’edizione?
Il chiostro di Palazzo Ducale quella sera me lo ricordo a colpi di fulmini colorati, variopinti, quasi prismatici. Ho sempre adorato l’idea stessa del Festival della Poesia, pur non definendomi a mia volta poeta, anche perché avrò sempre un debito enorme nei confronti dei veri poeti…

La metamorfosi è parte incessante della vita ed è concetto al quale sei solito rivolgerti
Sì… perché in effetti… per esempio non ho mai capito chi si professa “coerente”, monolitico, sempre uguale a se stesso. Coerenza per me è semmai assecondare la propria continua evoluzione, provocandola anche (questa evoluzione), non smettere di cercare e di cercarsi, non smettere la ricerca tout-court: è chiaro che un qualche tipo di cambiamento e di novità a quel punto segue di necessità, ogni volta, direi… non ho mai fatto un disco uguale a un altro, non mi pare di essermi
ripetuto in alcun modo, neanche a livello formale, stilistico, al contrario mi sono sempre posto nuovi obiettivi sia estetici che contenutistici… poi certo: per fortuna resto io…

« […] il canto non si apre, non si apre / non si / Apre / Non a me » (Estra, Non canto, Metamorfosi, 1996). Come sentire l’armonia nell’oggi?
Non saprei davvero, stando all’evoluzione sociale, politica ed economica, stando al circostante intendo. Per fortuna crescendo si fa più attenzione all’interiore, a ciò che accade dentro di noi, prima che alla cronaca o alle isterie collettive, le mode o le chiacchiere, le tendenze… Resta il problema di farne melodia, di questo nostro tempo. Il problema è forse ancora esattamente quello, un quarto di secolo dopo: riuscire a cantare il nostro tempo nonostante il nostro tempo.

Musicista e front – man degli Estra, negli anni novanta scrivi ciò che diverrà la raccolta di poesie sullo Zero (Papergraf, 2000). Come muta il tuo percorso a valle della pubblicazione?
Non lo so. Può darsi che io faccia talmente poco parte dello show-business (anche editoriale) che per me non c’è differenza, l’importante avviene prima della pubblicazione, dopo è solo sputtanamento (ride)… Accettare lo sputtanamento (cioè per me: ogni pubblicazione) è forse il tratto più libertino di ogni artista, che per il resto, a quanto vedo anche nei colleghi che stimo, tende di solito a la riservatezza, quasi al silenzio direi. A me accade tanto. E ad ogni modo pubblico pochissimo, per scelta, forse arrivo a pubblicare il 10% di ciò che scrivo, ma forse, forse è molto meno. L’edizione più bella di sullo Zero è comunque quella del 2014, e l’ha voluta un piccolo editore di Pontedera: Tagete Edizioni. Tuttavia. Quel libro di poesie è stato molto amato da chi mi segue, così tanto affetto mi ha procurato… e dirò di più: se non avessi cominciato a leggerle in pubblico quelle poesie… anche tutto il teatro che ho fatto in seguito forse non ci sarebbe stato.

Il teatro canzone: sei giunto alla duecentesima replica di Polli d’allevamento (G. Gaber, S. Luporini, 1978), affermasti: «l’obiettivo era dare corpo, cercare di farlo rivivere sul palco, non interpretarlo […] ». Cosa significa “dare corpo” a quest’opera nell’oggi?
Una fatica immane (ride)… Una vera prova d’attore… Nel senso che ne esci provato, stremato… Far fare a Gaber (alla sua maschera teatrale) ciò che non ha mai fatto sopra un palco ma che coerentemente potrebbe agire, a partire sempre dal suo corpo, dalle sue intenzioni originarie, per due ore filate ogni sera… Non se ne esce vivi… Ma non c’è altro modo: devi partire da lì, dalla sua stessa regia, altrimenti anche il testo magnifico perderà drammaticamente di significato…

Fernanda Pivano; l’attività culturale, gli scrittori e poeti tradotti, la riconoscenza degli stessi, tra i molti, Ernest M. Hemingway e Jack Kerouac. Mi correlo al tuo spettacolo La canzone di Nanda (G. Casale, G. Vacis, 2009), affermasti: «Nanda è per me il simbolo di tutto quello che oggi pare perdente, sconfitto una volta per tutte». Oggi, quale attenzione riserva il settore dell’editoria alle opere dotate di voce distinguibile?
Mi pare nessuna attenzione o quasi. L’industria culturale è sempre più vittima di se stessa, e della sua necessità (sacrosanta magari) di aumentare il fatturato. È persuasa di conoscere persino la ricetta… Ogni tanto però le accade un miracolo, nonostante se stessa, intendo proprio una svista: qualcosa le sfugge di mano, e scopriamo tutti un nuovo poeta, o un vero narratore, e dobbiamo esser grati a certi buchi nella rete, a certa imprevedibilità rara e stupenda, e non certo al “sistema” così com’è.

« […] L’ambito della norma non ti era più sufficiente; non potevi più vivere nell’ambito della norma; e così sei dovuto entrare nell’ambito della lotta» (M. Houellebecq, Estensione del dominio della lotta, Bompiani, 2000). Come descrivere lo stare nell’ambito della lotta?
So bene come lo definirebbe Houellebecq… Siamo nel mercato del resto, no? Tutti in vendita e tutti obbligati ad acquistare. E il peggio è che non si vede un’alternativa. Quasi nessuno se la immagina neanche più… Eccoci qui: tutti nella lotta, tutti a sgomitare per niente, o giusto per un pezzo necessario di pane… Ma a che prezzo, appunto. Anche la salute, e la salute mentale, può risentirne non poco. Una volta accertata “la lotta” è tremendamente arduo restare in equilibrio, e non perdere la dolcezza, ad esempio. Anch’io non garantisco… (sorride)

Mi collego al tuo album Dalla parte del torto (riferimento a Bertolt Brecht e Claudio Lolli): «Mi sono seduto dalla parte del torto / perché ogni altro posto era occupato / Guardavo chi spreme la vita / ridere forte di ogni mia ferita» (La Mistificazione, Novunque, 2012). Essere dalla parte del torto nell’oggi, è come allora?
La fatica credo sia la stessa, in ogni epoca. Certo oggi non si vedono campi di concentramento (almeno qui ad ovest), ma ci sono modi molto più sottili di escludere e di celare, discriminare. Se quasi tutto nell’informazione e nell’offerta culturale mainstream è mistificato e mistificante non resta che testimoniare l’altro e l’altrove che qui, senza nemmeno più orgoglio né tantomeno presunzione, anzi: con la coscienza di frequentarlo comunque l’inferno, di farne piena parte di questo che è l’unico inferno possibile (questo, questo qui intorno, vedi?). E semmai accompagnando il tutto con il sorriso del candore e dello stupore, ecco, tutte le volte che ti sia appena possibile.

Indossando gli occhiali LV ora (W. F. Gibson, Virtual Light, Viking Press, 1993), quale scenario vedi dinnanzi a te?
La Città del Sole. Ecco.

Vuoi anticiparci qualcosa in merito ai tuoi progetti prossimi?
Sto già realizzando degli inediti su un portale chiamato Patreon. Potete trovarmi lì, sempre al lavoro. È una sfida molto eccitante, fuori da ogni logica commerciale. Sto scrivendo molto in effetti, avrei voglia di tornare a lavorare anche con la band, con gli Estra, mi pare che l’epoca tremenda che stiamo attraversando meriti risposte adeguatamente forti, d’impatto… la cultura regressiva tutt’attorno, mio dio, forse è tempo di ribellarsi, di nuovo. No?

Abbiamo aperto l’intervista con una frase; se volessimo lasciare parlare la parola come significante e come significato, cosa ci direbbe oggi?
Smettetela di logorarci?

Grazie Giulio

Foto: Lorenzo De Leonardis2

Intervista a Federico Dragogna produttore, compositore e musicista

Intervista a Federico Dragogna produttore, compositore e musicista

«Lavorare è il mio secondo lavoro / il primo è farvi contenti / mi sono quasi innamorato degli altri / sì riesco quasi a vederli» (Lavorare è il mio secondo lavoro, Dove nascere, Pioggia Rossa Dischi/Ada Italy, 2023)

Dove nascere il tuo debutto solista dopo il percorso musicale con i Ministri; quale l’idea alla base di questo album?
È nato da una volontà molto forte perché il mondo non sta chiedendo altre canzoni (sorride, ndr); provo a scrivere canzoni da quando ho sette anni, ne ho quaranta e mi sembrava trentarè anni fossero abbastanza per decidersi a pubblicare un disco solista. Quest’album proviene da una lavorazione di cinque anni, è un passo ben ponderato e forse anche la pandemia ha contribuito, ci ha ricordato di non rimandare troppo le cose da fare

Affermasti: «Considerare le canzoni un gesto verso gli altri». Mi è sovvenuto in mente il concetto di “dono”.
Credo il periodo pandemico ci abbia portato a riflettere su quale sia la nostra funzione nel mondo rispetto agli altri scoprendo come l’esistere sia intimamente legato alla presenza delle altre persone; sì, credo la musica sia davvero un dono, in questo momento direi anche economico considerando il mondo degli streaming e Spotify, ma va bene così. Bisogna essere determinati nel proseguire a fare musica e nel cercare di arrivare agli altri perché possono salvarci, continuare a darci voce e la possibilità di scrivere canzoni

«Poi sentiti libero di parlare / un po’ meno di tacere» (Sentiti libero, Dove nascere, 2023). Su cosa non tacere?
Sulle ingiustizie che accadono davanti ai nostri occhi nella realtà, nel mondo antico, fisico, concreto, il mondo vero. In questi casi cercare di far sentire la nostra voce costa tantissima fatica e paura viceversa il non tacere sulle ingiustizie che ci sono nel mondo contribuendo ogni giorno con un nostro post, escludendo i casi importanti naturalmente, non costa fatica e in più trattiene sempre quel piccolo riverbero di luce su di sé, sul farsi vedere che non è così importante.

«che cosa ci stiamo dicendo / quando ci diciamo che è tutto normale?» (Dubbi, Dove nascere, 2023). Spostare pensieri su una zona da esplorare.
Il verso proviene da Dubbi, una canzone che mette in crisi i punti di vista esattamente ciò che fa il dubbio; i dubbi possano diventare tutto: critica, qualsiasi tipo di corrente filosofica, ma credo sia sempre meglio difenderli anche se dovessero produrre soltanto teorie bislacche o retrograde perché appunto la nostra idea di normalità se plasmata soltanto dalle grandi voci, sulle quali non abbiamo controllo, può essere pericolosa, distorta, manovrata, l’abbiamo visto tanto negli ultimi due secoli e potrà esserlo sempre di più e quindi, benvenuto il dubbio su tutto.

Si parla di sostenibilità nella musica; quale il tuo punto di vista in merito?

La sostenibilità nella musica credo contenga un po’ di contraddizione al suo interno; citavo Spotify perché circa settantamila canzoni vengono pubblicate e promosse ogni giorno ed è sicuro che per quanto la musica ci sembri immateriale, le canzoni abbiano un costo di elettricità, di spese per la produzione e la promozione, la pubblicazione, il mantenimento nei server o quant’altro. Trovo abbastanza assurdo che proprio in quest’ epoca in cui stiamo tanto parlando di sostenibilità, l’industria della musica dal vivo sia sempre più simile all’industria della seconda metà degli anni settanta ovvero show e palchi enormi, luci, tutti a rincorrere il ledwall più grande, droni e magari tutto ciò per parlare, da questi palchi stellari, di sostenibilità. Mi piacerebbe un progetto diverso: incremento di piccoli club e spazi per la cultura per esempio nei paesi sugli Appennini o situazioni similari; mi piacerebbe davvero che l’industria rallentasse e pensasse di essere anche umanamente sostenibile.


L’intervista è stata realizzata il 10 Maggio per La Feltrinelli Genova in occasione della presentazione dell’album Dove nascere

 

Intervista a Carlo Piano, giornalista e scrittore: il torto, Donato Bilancia

Intervista a Carlo Piano, giornalista e scrittore: Il torto, Donato Bilancia

«[…] Nessuno prima di lui aveva ucciso così freneticamente senza un motivo apparente, né un vantaggio economico. Non lo ha fatto per odio o ritorsione, né perché fosse ossessionato o erotomane. […]. Uccide per uccidere. Quando si sente completamente solo, decide di annullarsi.
Spara per violenza autodistruttiva, una ‘pulsione di morte’ […]. Bilancia uccide perché è in realtà già morto” (Vittorino Andreoli, Il Torto, p.96) […]»

Carlo Piano è autore de Il Torto, diciassette gradini verso l’inferno (E/O editore, 2023), libro che ripercorre il percorso di Donato Walter Bilancia, condannato a 13 ergastoli per 17 omicidi, basato su 90000 pagine di verbali, 65 faldoni di documenti e 80 fascicoli di intercettazioni telefoniche, atti giudiziari.

Da caporedattore della redazione de Il Giornale, a Genova, seguisti il caso Donato Bilancia; ebbi anche modo d’incontrarlo. Alcuni definirono Donato Bilancia il “Male”; quale definizione sceglieresti?
Lo definisco come un personaggio uscito da una tragedia di Sofocle, un personaggio che direi fragile, feroce e contraddittorio nello stesso tempo.

«Le donne salivano sui treni guardinghe e con la bomboletta urticante al peperoncino in borsa. […]. La gente non si tratteneva in piazza […]. Il procuratore generale […] consigliò […] alle donne di non prendere il treno “se non strettamente necessario”. […]. Il prefetto di Imperia propose di concentrare i viaggiatori in pochi vagoni presidiati da guardie armate. […]. La Polfer svolse controlli straordinari ventiquattr’ ore al giorno […].». Che cosa ha rappresentato Bilancia per la città di Genova?
Ha rappresentato un incubo che è finito venticinque anni fa, il 6 maggio, con l’arresto di Donato Bilancia davanti a San Martino. Si è chiuso un incubo però si è anche aperto un enigma perché ci si è iniziati a chiedere, almeno io mi sono chiesto, e mi chiedo tutt’ora: cos’è che può spingere un uomo, un balordo, un ladro, ma che comunque non aveva mai fatto del male a nessuno, a diventare il serial killer più prolifico e frenetico della storia del crimine italiano, peraltro a 46 anni; è questo il mistero che psichiatri, avvocati, giudici hanno cercato di risolvere e ci provo anch’io.

«I giornalisti mi usano. Genova ha bisogno di qualcosa di clamoroso da sfoggiare di fronte al mondo. Chi è quel cane che si stacca da un osso succulento come me?» (p.241). Gli omicidi commessi tra il 1997-1998, senza internet né social. Come sarebbe stato accolto il caso Bilancia nell’oggi?
È una bella domanda perché sicuramente ci sarebbe stata una folla a patteggiare per Bilancia, ma a proposito di internet e di social, utilizzandoli molto, la critica che mi viene rivolta e che ho accolto, include la domanda: “perché è necessario parlare di un personaggio del genere?”. Perché parlarne? Perché penso che il male che ci piaccia o no, esiste, quindi bisogna anche cercare di conoscerlo e di combatterlo e questo è un modo come un altro, stare in silenzio non vuol dire farlo sparire. Oggi certamente tanti diventerebbero emulatori di Bilancia, i social amplificano il bene e il male.

«Non era ipotizzabile che fatti così diversi fossero opera di una stessa mano, non esisteva elemento che collegasse l’omicidio di un metronotte a quello di una passeggiatrice, l’uccisione di una coppia con il tentato omicidio di una transessuale. Un serial killer non avrebbe colpito senza logica» (Luca Zucca, p.251). La non intelligibilità di Donato Bilancia.
Questo è l’elemento che ha messo in grande difficoltà tutti, ho scoperto assieme agli investigatori che dietro agli omicidi vi era una sola mano perché, soprattutto all’inizio, gli stessi investigatori non capivano niente. Come collegare due sposini uccisi a Piazza Cavour, all’omicidio di una prostituta uccisa a Cogoleto, a un cambiavalute rapinato e freddato a Ventimiglia? Questa è l’altra singolarità di questo personaggio che cambiava continuamente modus operandi, bersaglio e movente, quindi bravi gli investigatori, in questo caso i carabinieri, ad arrestarlo. Per la prima volta in Italia è stato usato il DNA dal RIS di Parma per avere la certezza che si trattasse proprio di lui. Quindi si apriva un’era scientifica dell’investigazione.

Mi collego ad un passaggio del libro: «C’è sempre qualcosa di assurdo quando un bambino cessa all’improvviso di respirare sull’orlo della vita» (p.263) e lo correlo a una frase ritrovata sul taccuino di Bilancia «un uomo muore senza amore, le sue viscere si raggrinziscono e il petto gli diventa come un legno secco» (p.264). Bilancia affermerà: «Non sono un mostro ma un uomo che ha bisogno di cure. La società genera i mostri…» (p.243) Quale visione ritieni abbia apportato il caso Bilancia? Anche da un punto di vista sociologico.

È veramente molto difficile capire se una persona sia capace d’intendere e di volere, i giudici in questo caso ritennero così, nonostante le turbe, nonostante i disturbi borderline. Era molto affezionato a suo nipote che muore in maniera tragica a quattro anni perché il fratello di Bilancia, Michele, si suicida con il bambino in braccio alla stazione di Pegli, nel giorno dell’udienza di separazione dalla moglie, peraltro era il 19 di marzo, la festa del papà, quindi sono tutti fatti che lo segnano però i giudici decisero così. Dicevo il confine labile perché secondo me indagando su Bilancia si scopre che la distanza tra le persone cosiddette normali, come ci consideriamo noi e un carnefice, è molto minore di ciò che si possa pensare, ma citando dei casi
anche più recenti, penso al caso di Alice Scagni, a Genova, alla fine il carnefice era il fratello, ma anche l’ultimo omicidio al Carmine, ovvero persone che mai ti aspetteresti; basta forse un neurone che salta per prendere un bivio diverso a un certo punto della vita. Secondo me è questo l’aspetto che più sconvolge.

L’intervista è stata realizzata il 4 Maggio per La Feltrinelli Genova in occasione della presentazione de “Il Torto”


Nota biografica

Carlo Piano (Genova, 1965). Si laurea nel 1991 in lettere moderne all’università di Genova con una tesi in filologia romanza. Giornalista, collabora da anni con diversi quotidiani e settimanali.

Intervista a Gio Evan, scrittore, poeta e cantautore italiano: Non perdermi sul serio

Intervista a Gio Evan, scrittore, poeta, cantautore italiano

«Ringrazia a tatto» (Gio Evan, Doppi sensi, Non perdermi sul serio, Rizzoli, 2023, p.11).

Quindici anni fa il Florilegio passato raccoglieva in versi il viaggio in India e l’idea dell’autoproduzione e divulgazione on the road della tua opera. Com’è cambiato, in questi anni, il rapportarti alle opere che crei e l’approccio alla pubblicazione? 
Il bello della scrittura è rappresentato dal fatto che più la utilizzi e la pratichi, più matura e quindi riesci ad avere una relazione intima con lei, come se fosse la tua sposa, una compagna di viaggio, un matrimonio; più la frequenti, più conosci le sue movenze. È accaduto che siamo maturati entrambi, riusciamo a ottenere un risultato maggiore anche scrivendo meno; se ai tempi del Florilegio passato o ai tempi delle prime scritture utilizzavo molto istinto giovane, quel fuoco che non ti consente di dormire, adesso l’approccio è sereno e rilassato perché conosci bene lo strumento, lo utilizzi come un buon compagno e quindi va da sé. Se prima a sedici, diciassette, diciotto anni scrivevo, adesso è la scrittura che mi viene a svegliare e mi dice “ho bisogno di essere vissuta da te” e quindi mi metto al servizio della scrittura e non viceversa.

Il viaggio e l’ ”essere” viaggiatori: come ci si ritrova? 
Penso ci si nasca e che si inizi a viaggiare; il viaggio deriva da viatĭcum e riguarda il cammino, quindi il viaggio non è altro che il guardare attentamente dove metti i piedi; viaggiatori lo si diventa quando si nasce, penso tutti nasciamo con il gene del movimento, della scoperta e della distanza e bisogna accettare di essere viaggiatori: quando accetti che puoi anche essere ramo e non solo radice, allora puoi dedicarti al viaggio e battezzarti ‘viaggiatore’.

Come “muta” la parola nella poesia, nella narrativa e nella musica?
Le parole sono per me dei maestri spirituali, delle guide, quando anni fa dicevo l’innamoramento vuol dire inno-amor-rammento: ricordarsi l’inno, la musica sacra che si ha dentro; le parole vogliono questo, noi mutiamo, quando ci facciamo muti non vediamo il mutamento dietro una parola, quando invece parliamo e quindi usiamo la voce e chiediamo: “parola cosa vuoi significare?”. C’è altro nella parola innamoramento? Allora ti si svelano.

Nel 2023 vi sarà la seconda edizione di Evanland (Festival Internazionale del mondo interiore). Quale spazio nella società viene lasciato al sentire e al gioco?
Poco o niente dato che questa società non sta puntando sul gioco come istruzione; nelle scuole non si gioca, a lavoro non si gioca, nelle grandi aziende stanno iniziando a ‘fare’ dei giochi, ma Evenland nasce per trovare spazi nel mondo, nella società, ritagliare lo spazio e il tempo per far giocare l’uomo che è l’unico animale che smette di giocare e ciò non è sintomo di salute. Bisogna andare a guarire tanti aspetti dell’anima. Io chiamo Evenland la terza pace mondiale, laddove c’è la pace, l’allegria, il gioco, la musica, l’arte, la respirazione consapevole (altrettanto fondamentale). Evenland è uno spazio in cui poter essere fragili senza doversi mettere per forza al sicuro.

Come si cambia la “microvita”?
Si cambia praticando i dettagli del mondo, dobbiamo affezionarci ai dettagli, non siamo educati a ciò e tutta la società anche i genitori, le scuole, ci educano al grande, a studiare le grandezze, ma io domando: perché studiare per forza il Taj Mahal o il Colosseo? Perché non studiare un vicolo di Roma? Bisogna essere educati anche ai vicoli, alle piccole vie. Bisogna innamorarsi di questi dettagli e quando inizi a frequentarli ovvero a vibrare con le loro frequenze, quando inizi a trovare i tuoi agi lì dentro, allora puoi manomettere la grandezza e occuparti della microvita, occuparti delle piccole cose.

L’intervista è stata realizzata il 3 Maggio per La Feltrinelli Genova in occasione della presentazione de “Non perdermi sul serio”


Nota biografica

Gio Evan, pseudonimo di Giovanni Giancaspro (Molfetta, 21 aprile 1988), è uno scrittore, poeta e cantautore italiano.

Gdanskie Spotkania Literackie

Instytut Kultury Miejskiej

GDANSKIE SPOTKANIA LITERACKIE – POLAND

Felice la mia poesia sia giunta in Polonia, a Danzica, nella cornice del festival di letteratura, Gdanskie Spotkania literackie Odnalezione w tłumaczeniu. Leggere ed ascoltare le poesie, tradotte in polacco da Katarzyna Skórska per l’edizione del mio libro “wiersze poems poesie” pubblicato dal Instytut Kultury Miejskiej, Danzica, Polonia, è stato emozionante;
Dalla Polonia porto a casa l’attenzione alla poesia, una platea colma. La poesia come libera e personale visione.